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Come curare il Covid-19 a casa prima dell’esito del tampone

I medici dell'Istituto Mario Negri e dell'ospedale Papa Giovanni XIII di Bergamo spiegano come curare il Covid-19 in isolamento domiciliare.

Come curare il Covid-19 in casa prima dell'esito del tampone
Alcune importanti indicazioni dei medici dell'Istituto Mario Negri e dell'ospedale Papa Giovanni XIII di Bergamo su come curare il Covid-19 in casa prima del tampone.

Dall’Istituto Mario Negri e dall’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo arrivano importanti indicazioni su come curare il Covid-19 in casa prima dell’esito del tampone, usando aspirina, Aulin e Azitromicina. Queste dritte sono contenute in un documento in fase di pubblicazione sulla rivista Clinical and Medical Investigation.

Come curare in casa il Covid-19

Del documento ha parlato Marco Imarisio sul Corriere della Sera, spiegando che lo stesso nasce dalle richieste arrivate al Negri da medici di ogni parte del mondo e che differisce dal cosiddetto Protocollo Bassetti e dal vademecum dei medici lombardi, in quanto non aspetta l’esito del tampone e prevede una serie di interventi che può effettuare il medico di base.

Negli altri approcci si attende prima l’esito del tampone, mentre, partendo in anticipo, scrivono gli autori dello studio, “si previene nella maggior parte dei casi la reazione infiammatoria che comunque quando si manifesta viene colta precocemente ed è quindi trattabile a domicilio“. Ci si muove quindi a partire da un sintomo, come la tosse o la febbre, così come il mal di gole, la nausea, il vomito e la diarrea.

E si tratta il Coronavirus come qualunque altra infezione delle vie respiratorie utilizzando farmaci antiinfiammatori come l’aspirina (e non la tachipirina) o l’Aulin (che però non vanno presi insieme) con altri rimedi che inibiscono l’enzima che scatena le infiammazioni all’interno del corpo, fino ad arrivare, solo nei casi più gravi, al tradizionale cortisone.

La sperimentazione su 50 persone

Il protocollo è stato sperimentato su 50 persone risultate positive e con scarsi sintomi, le quali sono guarite senza andare in ospedale.

La tachipirina viene esclusa, in quanto, al contrario di aspirina e Aulin, il paracetamolo non ha proprietà antinfiammatorie. Intanto, sottolineano gli esperti, occorre procedere con gli esami, come quello del sangue, per tenere sotto controllo gli indici di infiammazione, la coagulazione e la funzione renale. La durata del trattamento dipende dall’evoluzione clinica e, in caso di peggioramento, si interviene con cortisone ed eparina. Quanto all’antibiotico, per i soggetti fragili si utilizza solitamente l’Azitromicina, mentre il medico di base può procedere alla somministrazione di ossigeno.

I medici lombardi consigliano il paracetamolo

Il vademecum dei medici lombardi, pubblicato sul sito della Omceo di Bergamo, stilato con l’aiuto del professor Massimo Galli, primario di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, prevede invece di utilizzare il paracetamolo nel trattamento della febbre (fino a 3g/die, divisi in 3 dosi, ad almeno 6 ore di distanza) e sedativi per la tosse al bisogno (se interferenza con il sonno). Per quanto concerne invece i trattamenti specifici, i medici lombardi hanno precisato che esistono alcune terapie che sono controindicate, in quanto non hanno dimostrato nessun tipo di efficacia in nessun setting (né ospedaliero né territoriale) ed espongono il paziente a potenziali rischi ingiustificati se somministrate senza adeguato monitoraggio. Fra queste emergono l’antiretrovirale lopinavir/ritonavir (moderata, forte), l’antibiotico azitromicina (moderata, forte) e l’antimicrobico/immunomodulante idrossiclorochina 6–9 (moderata, forte). Soprattutto è fortemente sconsigliato l’utilizzo di azitromicina, ad eccezione dei casi in cui vi sia il fondato sospetto di contestuale infezione batterica.

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