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Salute mentale, dallo stigma al concetto di recovery

Intervista a Emilio Castiglioni e Barbara Migliavacca, rispettivamente medico psichiatra e responsabile del centro diurno Il Camaleonte presso la Fondazione Sacra Famiglia Onlus di Cesano Boscone, e Cosimo Argentieri, medico psichiatra e direttore di Neomesia.

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Correva l’anno 1978 quando, con la chiusura dei manicomi, è iniziato il passaggio dall’idea di reclusione a quella di cura e reintegrazione nella società. Da allora passi da gigante sono stati fatti nella ricerca, nello stesso concetto di cura del paziente psichiatrico e nella percezione della malattia mentale come marchio indelebile e invalidante.

Ne abbiamo parlato con Emilio Castiglioni e Barbara Migliavacca, rispettivamente medico psichiatra e responsabile del centro diurno Il Camaleonte presso la Fondazione Sacra Famiglia Onlus di Cesano Boscone, e Cosimo Argentieri, medico psichiatra e direttore di Neomesia.

Esiste ancora, nei confronti della malattia mentale e di chi ne è affetto, “un vero e proprio stigma che produce una diminuzione della richiesta di cura“, spiega il dottor Argentieri. “La persona malata aggrava così la propria situazione perché si isola dal mondo circostante.

Ci sono molte credenze come che le persone schizofreniche sono violente, pigre, non guaribili, imprevedibili. Il paziente stesso, dopo la diagnosi, si auto-colpevolizza e si auto-isola per paura di essere additato come violento, di essere criticato, isolato, aggredito verbalmente e non. Eppure studi clinici dimostrano che non c’è una reale maggiore aggressività nei pazienti con disturbi psichiatrici“.

Fondamentale in questo quadro è il rapporto del paziente con la famiglia, in particolare per gli ospiti dei centri diurni che, al termine della giornata, tornano a casa e si rapportano con i familiari.

Avere una famiglia presente nel percorso è fondamentale” sottolinea il dottor Castiglioni. “Ci sono famiglie più collaboranti, altre meno. A volte bisogna stanarle un po’. Possono capitare situazioni particolari in cui il rapporto tra la struttura riabilitativa e la famiglia si fa difficile. Se la famiglia ‘si ritira’ per pudore e vergogna, ecco che abbiamo le armi spuntate: quello che facciamo qui ha una scarsa tenuta” perché il paziente non può proseguire il proprio percorso di cura anche una volta tornato a casa.

Il tema della vergogna è ancora caldo, nonostante i passi avanti fatti negli ultimi anni soprattutto dalle nuove generazioni, più propense a chiedere aiuto, ad accettare la diagnosi e a non lasciarsi ingannare dal mito dello “strizzacervelli”. “Lo stigma è meno forte rispetto a un po’ di tempo fa, si è arrivati a una maggiore accettazione del concetto di malattia mentale” conferma il dottor Castiglioni. “Ci siamo molto evoluti negli ultimi anni, soprattutto tra i giovani con un livello culturale elevato. Questa cosa della vergogna è molto più presente nelle famiglie anziane. La mamma di 80 anni è ancora ferma a quando le è nato un figlio con un ‘difetto’, una nascita vissuta quasi come un lutto” aggiunge Barbara Migliavacca.

Se passi avanti sono stati fatti per quanto riguarda l’accettazione della malattia mentale e l’allontanamento dello stigma, altrettanto si può dire del concetto di cura del disturbo psichico. Come si cura il dolore della mente? E soprattutto una guarigione è possibile?Non si guarisce“, almeno non nel senso comune del termine, spiega il dottor Castiglioni. “A differenza di una malattia organica, qui non c’è la ‘restitutio ad interum’, cioè non si torna come prima. Ma non importa: il paziente deve arrivare a vivere bene con la consapevolezza di questo qualcosa che manca. Ho pazienti che hanno allucinazioni persecutorie pesanti, eppure sono persone che lavorano, che hanno famiglia, che fanno carriera: lo psichiatra li educa a convivere con questa cosa pesantissima. Sono malati ma hanno una vita adeguata e soddisfacente“.

Il concetto che sta alla base della psichiatria moderna è quello di recovery, “cioè quella situazione ideale in cui deve trovarsi un paziente psichiatrico, anche se sintomatico: una condizione di vita il migliore possibile. Dobbiamo accompagnare i pazienti a convivere con i loro problemi che quasi sempre sono cronici, non passeranno mai, ma che possono comunque condurre una vita il più normale possibile“. “Non si cura semplicemente togliendo il delirio, l’allucinazione o l’insonnia. C’è un miglioramento effettivo quando la persona vive in equilibrio con il mondo circostante” gli fa eco il dottor Argentieri, che spiega che oggi la terapia deve necessariamente essere di tipo bio-psico-sociale. “È una presa in carico complessa ma imprescindibile perché bisogna trattare il corpo, la mente e la reintegrazione nella società per avere un vero recovery“.

Il disagio psichico“, continua il dottor Argentieri, “nasce sempre da un meccanismo biologico (quindi da una base genetica), per questo possiamo agire con i farmaci sui recettori. Oggi si inizia a parlare anche di terapia personalizzata, che significa anche utilizzare la conoscenza della persona per vedere se quel tipo di farmaco è congeniale per quel tipo di recettore specifico che ha la persona. La prima cosa da fare quindi è trovare il farmaco giusto. La neuroscienza però ha dimostrato il collegamento tra l’evento biologico e l’evento psichico. Per questo è fondamentale l’utilizzo della psicoterapia, ovvero di un supporto psicologico. Infine, si completa il quadro permettendo alla persona di recuperare un ruolo sociale nel mondo“.

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