Sarost, 15 giorni in mare: 40 migranti che nessuno vuole
Sarost, 15 giorni in mare: 40 migranti che nessuno vuole
Cronaca

Sarost, 15 giorni in mare: 40 migranti che nessuno vuole

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Sono 40 i migranti nella terra di nessuno. Da 15 giorni prosegue la loro Odissea nel Mediterraneo

Continua inesorabile il travagliato viaggio di 40 migranti. Prosegue l’interminabile Odissea nelle profondità del Mediterraneo. Il dramma migratorio non attenua ad arrestarsi né le politiche migratorie nazionali e internazionali vogliono mollare la presa. Con pugno duro è stato detto “no” anche alla nave Sarost. I porti si chiudono e i cuori si spezzano. A rischio 40 vite umane, tra uomini, donne, bambini e prossimi nascituri. Le testimonianze drammatiche delle persone a bordo: “Dividiamo il pane, mancano bagni, per favore aiutateci”.

Lo strazio di 40 migranti

Quasi venti giorni in mare: è questa l’attuale situazione di altri migranti che nessuno vuole. Tra loro anche due donne incinte in gravi condizioni di salute. A rilanciare su Twitter la loro odissea è la sezione italiana della ong Sea Watch. Accompagnando il tweet con una foto che parla da sola, ha scritto: “Sono da due settimane ignorati dalle istituzioni, che negano sia un porto di sbarco che l’evacuazione delle due donne in gravidanza”.

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Gli invisibili nella terra di nessuno sono quaranta e dal 16 luglio 2018 si trovano a bordo della Sarost 5, la motonave di supporto logistico per le piattaforme offshore di gas che li ha soccorsi.

Erano stati intercettati in mare, a 90 miglia da Lampedusa, nella zona Sar maltese, dopo un guasto al motore dell’imbarcazione con cui erano partiti dalla Libia cinque giorni prima. La Sarost li ha caricati a bordo prelevandoli da una piattaforma petrolifera su cui erano stati drammaticamente trasferiti. Le condizioni igienico-sanitarie lasciano desiderare. La tensione sale giorno dopo giorno. Così peggiorano le loro condizioni e la scarsità dei viveri fa patire i quaranta uomini.

I naufraghi provengono da diversi Paesi africani: dall’Egitto al Mali, dalla Nigeria alla Sierra Leone. Né l’Italia né Malta né la Francia hanno concesso l’autorizzazione allo sbarco. A quel punto la Sarost ha fatto di nuovo rotta verso il Nordafrica. Da oltre due giorni si trova ferma al largo di Zarzis, in Tunisia. Tuttavia la comunità internazionale ha riferito che non si tratta di un luogo sicuro: lì la sua permanenza non può proseguire a oltranza. A quanto si è appreso, all’inizio i migranti avrebbero chiesto di non essere sbarcati in Tunisia, poi avrebbero cambiato idea, ma il Paese non ha dato il via libera.

Le condizioni su Sarost

Gli spazi sono ridotti, la nave non è attrezzata per i soccorsi e non c’è personale medico. Tra i 40 migranti, costretti a dividere con i 14 membri dell’equipaggio le razioni di cibo rimaste, ci sono anche un uomo ferito e due donne incinte, una di sei mesi che ha bisogno di assistenza e una di poche settimane. Mongi Slim, medico del Comitato tunisino della Mezzaluna rossa, ha dichiarato tristemente: “Abbiamo chiesto almeno per loro una evacuazione immediata, ma senza ricevere risposta”. Sempre inascoltati finora gli appelli delle persone salvate e dell’equipaggio.

“Stiamo soffrendo, stiamo soffrendo molto. Sono 14 giorni che non mangiamo. L’equipaggio a bordo divide i pasti con noi ma non è abbastanza. Per favore aiutateci”, hanno detto i migranti ai microfoni di Radio Radicale. E ancora: “Abbiamo solo pane, abbiamo perso chili. Abbiate pietà”. Il comandante in seconda ha annunciato a Euronews: “Non aspettiamo viveri o beni di prima necessità. Chiediamo una risposta su dove sbarcarli, l’equipaggio è stanco”.

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Botta e risposta con la Ue

A lanciare un nuovo appello è stato l’ong Forum tunisino per i diritti economici e sociali (Ftdes). E’ stato alle autorità del Paese nord-africano di autorizzare lo sbarco. E’ stata sottolineata la difficile situazione umana di questi migranti, fermi da due settimane in mare. Alcuni hanno persino bisogno di cure mediche e psicologiche. Il Forum con evidente tono accusatorio ha parlato di “politiche disumane degli Stati dell’Unione europea che si rifiutano di assumere la responsabilità legale e umana nei confronti dei migranti”.

In risposta la Ue ha tenuto ha precisare (lo ha fatto attraverso la sua delegazione in Tunisia) che sta seguendo la vicenda “da vicino, in coordinamento con le autorità tunisine, l’Unhcr, l’Iom e gli Stati Ue”. Mina Andreeva, vice portavoce della Commissione europea, ha riferit: “Secondo le nostre informazioni, le persone a bordo stanno ricevendo aiuti e cure. Speriamo in sviluppi positivi”.

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