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Sentenza fiorentina:un tutore può decidere sul fine vita

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Ieri mattina il tribunale di Firenze ha accolto il ricorso presentato da un settantenne ancora «in buono stato di salute fisica e mentale», pronunciandosi in modo favorevole alla libertà del singolo di scegliere come morire. Nella sentenza, il giudice ha affrontato anche la questione delle cure palliative, dando il via libera alla somministrazione degli oppiacei anche nel caso in cui questi aumentino il rischio di anticipare la morte.

Tempo addietro, il settantenne, si era già rivolto a un notaio per dettare le sue volontà nel caso di un incidente o di un’improvvisa malattia. Confortato dalla sentenza modenese di due anni fa, ha deciso di rivolgersi anche alla magistratura richiedendo la possibilità «di nominare un amministratore di sostegno autorizzato, per il tempo di eventuale perdita della capacità auto determinativa» che gli farebbe da portavoce rifiutando respirazione artificiale, rianimazione, e alimentazione e idratazione forzate.

Tale onere è ricaduto sulla moglie del settantenne che dunque, in caso di perdita di coscienza del marito, si opporrebbe alle cure mediche per mantenerlo in vita .

La decisione del tribunale fiorentino è basata sulla legge che nel gennaio di sei anni fa istituì la figura dell’amministratore di sostegno per le materie più specificatamente economiche, ma adeguato, secondo il tribunale anche per le volontà di fine vita.
«Il Tribunale – continua Santoni – ha evidenziato che la libertà di scegliere è garantita da numerose norme costituzionali». Immediate le reazioni del mondo politico. Il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella critica «l’uso improprio» da parte di alcuni magistrati della figura dell’amministratore di sostegno; Paola Binetti dell’Udc deplora «il tempismo perfetto» della sentenza, mentre Ignazio Marino (Pd) invita a smetterla «con questo clima da stadio» e chiede alla politica di «fare un passo indietro.

Basta un emendamento per sostituire interamente la legge attuale con un solo articolo per sancire due principi: libertà di indicare fino a che punto si intende essere sottoposti alle cure, nel caso si perda la coscienza; offerta e garanzia di terapie, come l’idratazione e l’alimentazione forzata, solo a chi non le rifiuti esplicitamente nelle dichiarazioni anticipate di trattamento».

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