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Coronavirus, Paolo Di Canio: “Calciatori a rischio depressione”

Paolo Di Canio, ex bandiera della Lazio e oggi opinionista Sky, non ha dubbi: "Il calcio deve ripartire, nonostante il coronavirus".

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Coronavirus e calcio, Di Canio: "Calciatori a rischio depressione"

Paolo Di Canio, seppur consapevole dell’emergenza coronavirus, è convinto che il calcio debba ripartire. L’ex bandiera della Lazio e oggi opinionista di punta dei programmi di Sky Sport, in una recente intervista ha ammesso di essere propenso a una ripartenza del calcio giocato anche e soprattutto per tutelare la salute mentale dei calciatori.

Di Canio, infatti, teme che questo lungo stop possa incidere negativamente sugli atleti non abituati a fermarsi così improvvisamente durante il corso di una stagione agonistica. “Immaginate il punto di vista degli atleti. – ha dichiarato Di Canio a Sky Sport 24 – Il 52% di questi ultimi, soprattutto in Francia, stanno dando segni di depressione perché abituati ad altri ritmi. Il loro solito pensiero è ‘vado al campo a sfogarmi, sono un protagonista sociale non solo per me stesso ma soprattutto per i tifosi, conto qualcosa’”.

Coronavirus, Di Canio: “Rischio depressione”

Secondo Di Canio, inoltre, a causa dell’emergenza coronavirus i calciatori: “Ora invece stanno chiusi, quasi non se li fila nessuno e questo pesa molto sulle menti.

Il futuro appare incerto, perciò secondo me andare in ritiro ora sarebbe la cosa più bella per i calciatori, perché tornano ad essere protagonisti e socializzano con le dovute distanze dai propri compagni”.

Di Canio, nel corso del suo intervento, si è soffermato anche sulla questione relativa al taglio degli stipendi a causa dell’emergenza coronavirus: “Essendo un privilegiato come calciatore avrei accettato e avrei preso in mano la situazione nel far capire di dover fare qualcosa per dare un segnale.

Avrei aspettato comunque le direttive del mio club magari facendo da tramite, come Chiellini alla Juventus. In Inghilterra si era deciso per il 30% per i club, alla fine niente da fare, ma si è creato comunque un fondo per la ricerca sanitaria”.

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