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Nicola Pietrangeli, l’ultimo campione del tennis di una volta

"Storie di tennis” inizia con un omaggio a Nicola Pietrangeli, per molti il più forte giocatore italiano di tutti i tempi.

nicola pietrangeli
nicola pietrangeli

Nicola Pietrangeli è stato l’ultimo campione italiano di un tennis che da lì a poco sarebbe cambiato completamente. Nato a Tunisi nel 33, romano di adozione, padre italiano, madre russa, madrelingua francese e russo. Oggi è un bel signore che porta i suoi 86 anni magnificamente, lucidissimo e acuto come sempre, invitato ancora nelle tribune d’onore di tutti i grandi tornei.

Storie di Tennis: Nicola Pietrangeli

Il più grande interprete italiano di quel tennis per il quale quel genio del giornalismo sportivo che risponde al nome di Gianni Clerici ha trovato una metafora perfetta, quello dei “gesti bianchi”. Uno sport che era ancora elitario, un po’ snob e pieno di regole della buona educazione britannica. A questa immagine di sport snob e per pochi, almeno in Italia, aveva contribuito anche il celebre romanzo di Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi Contini, storia di una famiglia ebrea della buona borghesia nella Ferrara negli anni del fascismo e delle leggi razziali.

Una vicenda in cui, attorno e dentro il campo da tennis nella villa di famiglia, si intrecciano amori e infine vicende drammatiche.

Ma se per molti il tennis aveva questa immagine, diciamo così, rarefatta, non così era sui campi. Perché il tennis agonistico anche allora era uno sport dove si doveva lottare duramente e dove c’erano campioni straordinari. Era il tennis dei Rod Laver, Ken Rosewall, Pancho Gonzales, Roy Emerson, Neale Fraser, Manolo Santana (grande avversario e amico di Nicola).

Un tennis che stava cominciando a vivere la transizione faticosa dal dilettantismo al professionismo, transizione che ha impedito al gruppo di australiani capitanato da Laver e Rosewall di vincere molto più di quello che hanno vinto, a causa del boicottaggio che i grandi tornei fecero contro i professionisti.

Probabilmente la maggior parte dei ventenni di oggi neppure sa dell’esistenza di Nick Pietrangeli, eppure lui è stato un grandissimo di questo sport. Ha vinto due volte il più importante torneo al mondo su terra battuta, il Roland Garros, nel 59 e 60, più altre due volte è arrivato in finale; ha vinto 44 tornei in singolare (una volta anche gli Internazionali d’Italia) e moltissimi tornei di doppio con il compagno di sempre, Orlando Sirola e con altri, oltre a detenere il record di incontri giocati in Coppa Davis, 164 tra singolari e doppi, in poco meno di vent’anni. Una carriera magnifica, con i due grandissimi acuti a Parigi e caratterizzata dall’eleganza nello stile di gioco che gli era riconosciuta in tutto il mondo.

La sfida con Panatta

Andiamo al 1970, Nicola Pietrangeli ormai ha 37 anni e ha imboccato la parte discendete della sua carriera. Ma a essere il numero uno d’Italia ci tiene ancora, e molto. Agli “Assoluti” (i campionati italiani) si arriva alla finale più logica e più auspicata dagli appassionati. Pietrangeli, il vecchio campione, contro Adriano Panatta, il giovane più forte e promettente della nuova generazione.

I due si sono già incontrati un paio di volte in tornei minori e Panatta aveva fatto valere la sua maggior freschezza atletica. Nick sa bene che non sarà facile ma si sente, giustamente, il re del tennis italiano e non ha nessuna intenzione di abdicare. La partita è durissima, com’è normale che sia. Il vecchio non vuole mollare e il giovane vuole detronizzarlo. È uno scontro di età, di stili e anche di caratteri. Tennisticamente Pietrangeli sa fare tutto ma è soprattutto un regolarista che passa magnificamente bene, Adriano è un attaccante che cerca la rete appena possibile e cerca sempre il colpo vincente.

Si arriva al quinto set di un match che ha fama di essere stata la più bella finale della storia degli Assoluti, e sembra che per Adriano non sia ancora arrivato il momento del sorpasso. Nick va avanti 4 – 1 e può portare a casa l’ennesimo titolo di una carriera infinita. Ma qui il “vecio” si inceppa, un po’ la stanchezza, un po’ (forse) un’insolita paura di vincere (chi gioca sa benissimo di cosa parlo) e Adriano porta a casa il suo primo titolo, “uccidendo” quello che era stato considerato una sorte di padre tennistico. Nicola infatti conosceva Panatta da quando questi era un ragazzino, per la comune frequentazione del bellissimo Circolo Parioli (Adriano aveva cominciato a giocare lì, dove suo padre Ascenzio lavorava come custode dei campi).

Non la prese affatto bene ma la legge del tempo è inesorabile e vale per tutti. Adriano prese il suo posto come giocatore più importante e rappresentativo del tennis italiano e con lui il tennis si tolse di dosso l’etichetta di sport snob, per diventare uno sport pop e popolare. Nick ci riprovò anche l’anno dopo a riprendersi il titolo italiano, e come nel 70 la finale fu tra lui e Adriano. Un’altra partita avvincente e lottata che durò 5 set ma che finì con lo stesso vincitore.

Una spiccata personalità

Nicola restò fedele al suo personaggio e ai suoi canoni di vita. Belle donne (compreso un flirt con Moana Pozzi), calcio e calcetto (si dice che il calcetto nei circoli romani lo abbia inventato lui), vita mondana, jet set, e una buona dose di disincanto. Sul calcetto apro una breve parentesi per un aneddoto: pare che un anno perse una partita a Wimbledon (mica al torneo di Roccasecca!) per ritiro, perché lasciò Londra per giocare la finale di calcetto dei circoli romani e non fece in tempo a tornare per il suo incontro. Non so se questo episodio sia vero o appartenga alla leggenda, certo è verosimile e dice moltissimo sulla personalità dell’uomo.

Panatta, pur se tennisticamente e umanamente diversissimo, in fondo ne è stato veramente un erede. Erano (e sono) uomini dotati di molta ironia e ad entrambi è sempre piaciuto godersi la vita anche al di fuori dai campi da tennis. Ma ad entrambi si deve il merito dell’unica Coppa Davis vinta dall’Italia, nel 76 in finale col Cile. Adriano con le sue vittorie in campo (insieme a Corrado Barazzutti, Paolone Bertolucci e Tonino Zugarelli) e Nicola Pietrangeli, da capitano non giocatore, perché riuscì a convincere il riluttante mondo politico che voleva boicottare la manifestazione contro il regime di Pinochet, ad andare a giocare per vincere sul campo.

La frase con cui commentò quella vicenda: “La politica fa male allo sport, mentre lo sport fa molto bene alla politica” conferma quanto dicevo prima sul disincanto come tratto del carattere di Nicola.

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