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Stefano Rodotà apre il semestre 2014 della Scuola per la Buona Politica
Politica

Stefano Rodotà apre il semestre 2014 della Scuola per la Buona Politica

parlamento_italianoSarà il giurista, esponente politico ed ex Garante per la Privacy Stefano Rodotà ad aprire, giovedì 23 gennaio alle 17, il semestre 2014 della Scuola per la Buona Politica di Torino, che la Provincia ospita nella Sala Consiglieri della sua sede storica diPalazzo Dal Pozzo della Cisterna, in via Maria Vittoria 12.

La Scuola, giunta al settimo anno di attività didattiche, è diretta dal professor Michelangelo Bovero, docente di Filosofia Politica all’Università degli Studi di Torino. Nata nel 2008, la prestigiosa istituzione culturale torinese persegue l’obiettivo della rivitalizzazione di un’opinione pubblica critica, diffusa ed estesa: non si rivolge in modo privilegiato agli studiosi, ma a tutti i cittadini, offrendo spazi e strumenti per la formazione e l’autoformazione democratica. Il programma del semestre didattico 2014 è dedicato al tema della Riforma della Costituzione ed ai pericoli per la democrazia in caso di scelte avventate. Per conoscere nel dettaglio i programmi e le modalità per l’iscrizione gli incontri ed ai seminari: www.sbptorino.org

Il tema dell’incontro con il professor Rodotà sarà “Difendere la Costituzione”.

Come spiega il professor Bovero, “Il progetto di modifica della Costituzione oggi in discussione in Parlamento riguarda la seconda parte, dedicata all’ordinamento della Repubblica, ma
comporta ovvie ricadute anche sulla prima, sui diritti e i doveri dei cittadini. Si tratta di un progetto di revisione radicale, di cui si è fatto promotore un Parlamento che non aveva ricevuto alcun mandato in tal senso, e che è stato oltretutto eletto con un sistema elettorale dichiarato incostituzionale. Tale progetto, mai discusso dai cittadini, appare ispirato a un ideale di governo ‘forte’, molto distante da quello immaginato dai costituenti. “A fronte di ciò, – prosegue il professor Bovero – e a costo di apparire conservatori, coloro che ancora si riconoscono nei principi della Costituzione vigente e nel modello di
democrazia parlamentare da essa previsto non possono non esprimere una forte
preoccupazione: per il metodo con cui è stato intrapreso un percorso di revisione tanto ambizioso e per i contenuti di una proposta per molti versi simile a quella elaborata dalle destre nel 2006, e poi bocciata con un referendum dai cittadini”.

IL PROGRAMMA DEGLI INCONTRI SUCCESSIVI DEL SEMESTRE 2014 DELLA SCUOLA PER LA BUONA POLITICA

13 febbraio alle 15: incontro con Fabrizio Barca sul tema “Democrazia senza partiti?”. I partiti politici non godono oggi di grande simpatia da parte dei cittadini.

Le ragioni sono note, e in gran parte fondate: da “libere associazioni” che “concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (articolo 49 della Costituzione), i partiti sono troppo spesso diventati macchine per la conquista e l’occupazione del potere, quando non vere e proprie associazioni a delinquere, dedite alla corruzione sistematica e alla dissipazione di denaro pubblico. Ciò deve condurci a esprimere un giudizio di inappellabile condanna nei confronti della stessa forma-partito? Si tratta di dichiarare definitivamente estinto il modello novecentesco di democrazia fondato sui partiti di massa, oppure di ripensarlo, anche radicalmente, prevedendo ad esempio una legge che regoli in senso democratico la vita interna dei partiti? E che dire del finanziamento pubblico? Basterà abolirlo o ridimensionarlo drasticamente per restituire moralità alla politica o non si rischierà, così facendo, di consegnarla ancora più di oggi alle lobbies e ai poteri forti?
Segue alle ore 17 il seminario “Quali alternative ai partiti?”

6 marzo alle 15: incontro con Livio Pepino su “Chi tutela i diritti? Il sistema delle garanzie”.

Negli ultimi vent’anni il dibattito sulla giustizia è stato pesantemente condizionato dal modo in cui Berlusconi ha usato il potere politico per risolvere le proprie disavventure giudiziarie. La stessa parola “garantismo” ha finito con essere usata in un’accezione opposta a quella originaria, per teorizzare un presunto diritto dei potenti a sottrarsi al controllo di legalità, e non invece l’imposizione di limiti a tutti i poteri (non solo quello giudiziario), a tutela dei diritti di tutte le persone (in particolare le più deboli). Si è così evitato di affrontare i problemi veri della giustizia in Italia: i tempi intollerabilmente lunghi delle cause, soprattutto civili, il ricorso eccessivo alla carcerazione preventiva, l’ineffettività del diritto di difesa per i non abbienti, l’esistenza di leggi criminogene, che riempiono le carceri di tossicodipendenti e immigrati, mentre i reati dei “colletti bianchi” rimangono il più delle volte impuniti. È facile ravvisare le responsabilità della politica nella costruzione di una legislazione “forte con i deboli e deboli con i forti”.

Che dire però della permeabilità della stessa giurisdizione alla cultura diffusa che tende a dipingere i poveri, i marginali, i ribelli, come “nemici” da combattere senza andare troppo per il sottile?
Segue alle 17 il seminario “Carcere: l’emergenza continua”

10 aprile alle 15: incontro con Lorenza Carlassare sul tema “Gli eletti e gli elettori: quale rappresentanza?”. La diffusa sfiducia dei cittadini nei confronti della politica e delle istituzioni, così come la crescita esponenziale delle astensioni e del voto di protesta, ci dicono che i classici istituti della rappresentanza democratica sono in condizioni di grave sofferenza. C’è allora chi propone di ripensare profondamente il rapporto tra eletti ed elettori, vincolando i primi ad attenersi rigorosamente alle istruzioni ricevute dai secondi. Si tratterebbe di mettere in discussione l’articolo 67 della Costituzione, che vieta il mandato imperativo, al pari di articoli analoghi previsti in tutte le Costituzioni della modernità. È una via sensata e percorribile? Sono ipotizzabili altri strumenti per rendere i cittadini maggiormente partecipi alle decisioni politiche (il referendum propositivo, su modello svizzero, l’istituto americano del recall, il voto attraverso Internet)? Sono auspicabili? Le degenerazioni oligarchiche della democrazia rappresentativa possono essere curate con iniezioni di democrazia diretta o il rimedio rischia di rivelarsi peggiore del male?
Segue alle 17 il seminario “La democrazia secondo il Movimento 5 Stelle”

8 maggio alle 15: incontro con Gaetano Azzariti sul tema ”Vincoli di bilancio e diritti sociali: due visioni incompatibili?”. Nell’aprile del 2012, nel colpevole silenzio della politica e degli organi di stampa, il Parlamento italiano ha modificato a larghissima maggioranza l’articolo 81 della Costituzione, introducendo l’obbligo del pareggio di bilancio e consentendo il ricorso all’indebitamento solo in casi eccezionali, da deliberare con procedure aggravate.

Così facendo, l’Italia si è piegata ai diktat liberisti delle istituzioni europee, rendendo di fatto molto difficili – o, secondo alcuni, impossibili – politiche sociali di tipo keynesiano. Ma la Costituzione tuttora in vigore, nella sua prima parte, prevede un ricco catalogo di diritti sociali, che possono essere soddisfatti solo attraverso cospicui investimenti pubblici nei settori della salute, dell’istruzione, del lavoro. Come sono compatibili queste disposizioni costituzionali con la nuova formulazione dell’articolo 81? Come funzionerà concretamente la nuova disciplina, che entrerà in vigore a partire dall’esercizio finanziario del 2014?
Segue alle 17 il seminario “La salute è ancora un diritto?”

5 giugno alle 17: incontro con Gianni Ferrara sul tema “Addio al parlamentarismo?”. Il sistema parlamentare era stato scelto dai costituenti dopo l’esperienza del fascismo, perché appariva il meno esposto a rischi di degenerazioni autoritarie. Esso prevede la centralità del Parlamento, come sede di discussione e di determinazione dell’indirizzo politico, che i governi sarebbero tenuti essenzialmente ad “eseguire”.

Oggi si vorrebbe abbandonare questo modello, a favore di una forma di governo di tipo presidenziale o semipresidenziale che permetta, la sera stessa delle elezioni, di individuare con chiarezza “chi ha vinto”. Verrebbe così restituito all’elettore il potere di decidere chi lo governa, non solo chi lo rappresenta in parlamento. Ma davvero l’elezione diretta del capo dell’esecutivo (sia esso concepito come Presidente della Repubblica o come Premier) accresce il potere degli elettori? E che dire della presunta maggiore efficienza e “governabilità” dei sistemi di tipo presidenziale?

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