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Sud America, bilancio tra luci ed ombre

Non dobbiamo rimangiarci l’elogio al Sud America innalzato alla fine della fase a gironi, ma la storia impone di celebrare l’Europa che per la prima volta nella storia si appresta a fare suo un Mondiale giocato lontano dal vecchio continente.

Si potrebbe osservare, supportati da motivi storici, che in fondo il Sudafrica è la seconda patria degli olandesi ma è impossibile non osservare la caduta dei paesi latini, arrivati con cinque rappresentanti negli ottavi e costretti a lottare per un posto sul podio con uno degli anelli più deboli, l’Uruguay, arrivato un pò casualmente in semifinale ma, come imposto dalle dure leggi del calcio, sconfitto al termine della miglior partita giocata.

Di Brasile ed Argentina, dei loro limiti in panchina e non solo, si è già parlato ed anche se suona strano vederle entrambe fuori dalle prime quattro per il secondo mondiale consecutivo (mai successo prima) occorre riflettere sul prodotto calcistico che ci arriva dal nuovo continente: di giocatori, e bravi, ne crescono di continuo ma il problema sta tutto nell’abitudine a giocare ai vertici, assente in campionati che da tempo hanno perso qualità anche per motivi economici, ed alla mentalità, a volte un pò arretrata (leggi Gerardo Martino).

Uruguay e Paraguay escono a testa alta ma non si poteva chiedere a due piccoli paesi di salvare la spedizione di un intero continente, tradito dalle sue sorelle più illustri.

Il Mondiale allora si chiude con un sorriso anche se un pò amaro per le confederazioni della Conmebol in attesa tra quattro anni di riprovare a “colonizzare” la competizione, magari fino in fondo.


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