Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è giunto a Bruxelles per il secondo giorno del vertice dell’UE chiedendo un nuovo impulso di armi e finanziamenti. La visita avviene mentre la guerra di quattro anni continua a minare la sicurezza europea, e l’emergenza è diventata più palpabile dopo che droni hanno colpito due navi nelle acque romene, costringendo a convocare un incontro d’urgenza della NATO .
Zelensky ha utilizzato i social per ribadire che «tutti in Europa vogliamo la fine della guerra», sollecitando pressioni più incisive su Mosca e un supporto difensivo più robusto per Kyiv.
Il vertice di Bruxelles e l’appello di Zelensky
L’appello del capo ucraino è stato accolto da una serie di leader europei, ma la coesione è stata subito messa alla prova.
Le discussioni sul bilancio dell’UE già tensionate da divergenze tra paesi più frugali e quelli che chiedono maggiori stanziamenti, si sono intrecciate con la preoccupazione per un potenziale deficit di miliardi di euro per l’anno successivo. La percezione di un “crisi di fiducia” è stata alimentata dalle recenti decisioni degli Stati Uniti, che hanno riaperto il mercato al Rysk diesel, una mossa che, secondo alcuni funzionari europei, potrebbe gonfiare il portafoglio di guerra di Vladimir Putin.
Il dibattito sullo sfruttamento dei beni russi congelati
Al centro della discussione vi è la questione dei Ryska tillgångar frysta stimati in alcune centinaia di miliardi di euro e custoditi principalmente presso il deposito di Euroclear a Bruxelles. Un tentativo precedente di trasferire questi fondi a Kyiv è stato fermato dal governo belga per timori legali. Tuttavia, Germania, Svezia e Finlandia hanno spinto per una nuova valutazione. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che è indispensabile “fare tutto il possibile per sostenere l’Ucraina durante l’inverno e oltre” sottolineando che aumentare i finanziamenti è “necessario per una reale assistenza a lungo termine”.
Posizioni di Germania, Svezia e Finlandia
Il primo ministro finlandese Petteri orpo ha definito la situazione un “terribile accordo” di Trump con Putin sul diesel, chiedendo a Washington di considerare gli interessi dell’alleanza NATO. Orpo ha affermato che la strategia americana è guidata da considerazioni elettorali più che dalla difesa dei valori europei. Parallelamente, la ministra svedese per gli affari dell’UE Jessica Rosencrantz ha ribadito che «non fare nulla non è un’opzione», esortando la Commissione a presentare subito proposte concrete per l’utilizzo dei beni congelati a sostegno di Kyiv.
L’impatto della politica americana e le tensioni interne all’UE
La decisione del presidente statunitense Donald Trump di consentire l’importazione di diesel russo ha alimentato il dibattito sulla necessità di “bloccare le risorse finanziarie della Russia”. Una proposta americana di trasferire parte dei beni a un’entità controllata dagli USA per usarli come leva nei negoziati di pace è stata accolta con forte critiche da parte dei governi europei, che hanno ribadito che i beni devono rimanere congelati in Europa. Nel frattempo, la rappresentante dell’UE per gli affari esteri Kaja kallas ha sottolineato che la via per porre fine al conflitto è tagliare le entrate russe, aggiungendo che l’UE ha già inserito 1.600 nuove voci nella lista delle sanzioni e sta preparando un nuovo pacchetto.
Prospettive future e la sfida del bilancio UE
Il vertice ha evidenziato che, oltre alla questione dei beni, l’UE deve concludere entro dicembre il nuovo bilancio pluriennale, altrimenti la trattativa potrebbe protrarsi fino all’ottobre del prossimo anno, poco prima dell’entrata in vigore del bilancio del 2028. Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha dichiarato che un accordo è “possibile e necessario”, e ha già programmato un ulteriore incontro a Bruxelles il mese prossimo per sbloccare la rottura tra paesi “frugali” come Germania e Paesi Bassi e quelli che chiedono più risorse, come Italia e Romania. Il risultato di questi negoziati determinerà se l’UE sarà in grado di fornire a Kyiv i fondi e le armi necessari per resistere alle offensive russe.
