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Vaccini, esperto: 'Nuovo anti-Herpes Zoster anche in oncoematologia'

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Roma, 1 lug. (Adnkronos Salute) – "Le persone con malattie oncologiche del sangue hanno, in media, 4-5 volte più probabilità di sviluppare un Herpes Zoster rispetto alla popolazione di pari età, sesso e altre condizioni. Tale probabilità, nei pazienti sottoposti a trapianto di cellule staminali, è 10 volte superiore.

Il problema è però nel rischio della nevralgia post erpetica, la conseguenza tardiva, prolungata e debilitante, che è estremamente più elevato in questa popolazione con malattia ematologica. Oggi c’è un nuovo vaccino ricombinante adiuvato che può essere impiegato nei pazienti ematologici”. Così Corrado Girmenia, ematologo specialista in Microbiologia e Virologia, responsabile Uosd di Pronto soccorso e accettazione ematologica Auo Policlinico Umberto I di Roma e responsabile scientifico dell’evento formativo Ecm-Fad dal titolo: “Innovazione nella prevenzione dell’Hepes Zoster in ematologia e trapianto di cellule staminali- indicazioni pratiche sul nuovo vaccino ricombinante adiuvato”, realizzato oggi con il contributo non condizionato di Gsk.

“Tutti i virus erpetici – Zoster, Simplex, Citomegalovirsu, Epstein Barr – sono molto diffusi, creano un’infezione, ma si caratterizzano perché permangono in alcuni siti del nostro organismo, tenuti a bada dal sistema immunitario, ma non debellati – spiega Girmenia. "In alcuni momenti della propria vita, quando c’è un deficit immunologico – non solo collegato a malattie del sistema immunitario o neoplastiche, ma anche in persone immunocompetenti in cui ci sia ridotto controllo immunitario – si riattivano e danno una nuova infezione”.

Lo Zoster, in particolare, si localizza nei gangli nervosi e, tipicamente, “quando si riattiva – aggiunge l’ematologo -, viene a colpire un metamero, cioè una parte del nostro corpo, di solito cutanea, di competenza di questo nervo e comporta la formazione di vescicole in quest’area. Il problema non è tanto nelle vescicole he permangono per 8-10 giorni, ma nella neuropatia post zosteriana, altamente debilitante, con dolori che permangono mesi e anni, detto fuoco di Sant’Antonio, riferendosi al fuoco di dolore urente che condiziona la qualità di vita delle persone”.

Per prevenire la riattivazione dell’infezione, “da decenni abbiamo a disposizione antivirali molto attivi contro i virus erpetici e, se somministrati a vario dosaggio, sopprimono la manifestazione della malattia – continua Girmenia, responsabile scientifico dell’evento web -. Ci sono indicazioni di utilizzo di profilassi antivirale in alcuni gruppi di pazienti. Non tutti i pazienti oncoematologici, ad esempio, hanno lo stesso rischio. Le categorie più a rischio sono quelli con mielomi che ricevono particolari trattamenti, con linfomi e leucemie croniche trattati con anticorpi monoclonali o trapiantati con cellule staminali, oltre ad altre condizioni ematologiche che si manifestano con l’avanzare degli anni. Quando la probabilità di infezione aumenta, le linee guida prevedono l’uso di questi farmaci in prevenzione. L’efficacia è importante, ma non assoluta. I pazienti che fanno profilassi per anni, 1-2 dopo il trapianto, anche a pochi giorni dalla sospensione del trattamento, hanno una riattivazione dell’infezione”.

Qualcosa è cambiato. “Fino ad oggi – dice l’esperto all’evento Ecm-Fad – avevamo solo una possibilità di prevenzione farmacologica perché il vaccino disponibile, in commercio da tanti anni, è con virus vivo e attenuato. È cioè costituito da una particella virale attenuata, cioè non in grado di dare, normalmente, infezione, ma è viva. Tale condizione rende il vaccino controindicato nei pazienti immunocompromessi perché, anche se attenuato, potrebbe dare una infezione anche rilevante. È noto che i pazienti ematologici non possono essere sottoposti a questa vaccinazione”.

Da alcuni mesi, “in Italia è disponibile un vaccino ricombinante adiuvato anti Herpes Zoster che può essere impiegato anche nei pazienti oncoematologici – ricorda Girmenia -. All’interno di questo vaccino non c’è il virione vivo, ma una particella del virione collegata a strutture proteiche e lipidiche che ne aumentano l’immunogenicità. Il soggetto vaccinato quindi si produce anticorpi e cellule T che sono in grado di tenere a bada il virus. L’antigene che serve per la risposta immunitaria è una glicoproteina virale ricombinante e adiuvante che è una miscellanea di proteine e lipidi che stimolano la risposta immunitaria nei confronti della glicoproteina che è una delle glicoproteine che si trovano sulla superficie del virus”.

I dati della letteratura sull’uso del vaccino in questi pazienti ematologici “non sono completi e soddisfacenti. È efficace – sottolinea l’ematologo – nell’evitare l’infezione in una grande fetta di questi pazienti – dal 20% nelle situazioni peggiori, nel 90% in quelle migliori – ma non sappiamo se possiamo abbandonare la vecchia profilasse antivirale. Il grande sforzo della comunità scientifica è ragionare su quando e come, quale paziente e in quale momento della storia di malattia si deve somministrare il vaccino e quando si deve sospendere la profilassi antivirale”.

Manca la cultura nella classe medica. Come osserva l’ematologo, “abbiamo a disposizione molti vaccini anche per pazienti immunocompromessi – antipneumococcico, antinfluenzale e antimeningococcico – ma il problema è che solo una piccola parte, non più del 2% dei pazienti ematologici o con altri deficit immunologici hanno ricevuto negli scorsi anni un vaccino antipneumococcico o altro”. Questo accade “non perché i pazienti non si fidino, ma perché manca la cultura vaccinale nei medici. Ci sono esperienze nel Nord Europa che mostrano come, dove il medico ha dato indicazione alla vaccinazione, l’adesione dei pazienti è stata del 90%: una persona adeguatamente informata non rifiuta la pratica vaccinale”, conclude Girmenia.

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