Via Poma:24 anni per Busco, la Corte D’Assise condanna l’unico imputato per il delitto di Simonetta Cesaroni
Cronaca

Via Poma:24 anni per Busco, la Corte D’Assise condanna l’unico imputato per il delitto di Simonetta Cesaroni

Raniero Busco, fidanzato ai tempi dell’omicidio di Simonetta Cesaroni, è stato condannato a 24 anni di reclusione dai giudici della Terza Sessione della Corte D’Assise. La sentenza è stata resa nota poco fa, dopo le ore 16, a seguito di una mattinata in camera di consiglio per decidere del destino dell’unico imputato per l’assassinio del 7 Agosto 1990, per il quale il pm Ilaria Calò aveva chiesto l’ergastolo.

Dopo le perizie scientifiche condotte dal Ris di Parma, il Dna rilevato sugli indumenti intimi della ragazza e su una porta della stanza dove venne poi rinvenuto il cadavere ha corrispondenza con quello di Raniero Busco. L’unico riscontro positivo su 33 mila codici genetici analizzati, oltre alla traccia di un morso sul seno della vittima che coincide con l’arcata dentale dell’uomo.

Simonetta Cesaroni aveva 21 anni, era una bella ragazza romana del quartiere Don Bosco, e aveva trovato lavoro come segretaria contabile presso la Reli Sas, uno studio commerciale che aveva una sede in zona Casilina e si appoggiava agli uffici della A.I.A.G.

(Associazione Italiana Alberghi della Gioventù), sua cliente, per i turni pomeridiani, in Via Poma 2. Quel 7 Agosto Simonetta parla delle ferie estive con il suo principale di lavoro, e nel pomeriggio si dirige in ufficio a via Poma per sbrigare alcune pratiche. La telefonata intorno alle 18 a Salvatore Volponi, uno dei titolari della Reli Sas, per informarlo sul procedere delle trattative di lavoro non ci sarà mai.

29 coltellate inferte con una violenza inaudita, 11 cm la profondità delle ferite sul suo corpo martoriato e spogliato di tutto, tranne che del reggiseno, sui cui gancetti verrano ritrovate tracce di Dna dell’assassino. Non ci sono segni di violenza sessuale. Simonetta era già morta per un trauma cranico, dopo aver cercato probabilmente di sfuggire da una stanza all’altra al suo aguzzino, che ha poi infierito sul suo cadavere.

Dopo 11 anni di indagini, presunti intrecci con i servizi segreti, il Vaticano e la Banda della Magliana, nel Settembre del 2006 il Ris analizza nuovamente i reperti della scena del crimine, trovando tracce genetiche maschili proprio sul reggiseno.

Un Dna confrontato più volte con quello dei sospettati. Poi la cicatrice del morso sul seno della ragazza, confrontata con l’arcata dentale che è, per il medico legale e criminologo Ozrem Carella Prada (che eseguì l’autopsia), come un’impronta digitale.
L’unica corrispondenza è con Raniero Busco, l’ex fidanzato della vittima, che viene iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario, aggravato da crudeltà.

Nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, oggi si è chiuso un capitolo della giustizia italiana, rimasto irrisolto per troppo tempo. Un processo che si è aperto il 3 Febbraio 2010 e che ha portato alla condanna di Busco, dinnanzi al giudice Evelina Canale, giudice a latere Paolo Colella, e di sei giudici popolari, oltre che dei familiari dell’imputato.

Peccato che Claudio Cesaroni, il papà di Simonetta, dopo aver tanto lottato per sapere la verità avesse smesso di credere nella giustizia, in quella giustizia che “va avanti in base alle persone che la chiedono” e che discriminava il caso del barbaro assassinio della figlia di un tranviere. Se ne andò troppo presto, nell’Agosto del 2005 per una pancretite acuta, o forse perchè non riusciva a darsi pace, lui che si era improvvistao detective pur di dare dignità alla morte della figlia. Oggi, anche lui, insieme alla molgie e all’altra figlia presenti in aula, avrebbe avuto quello che chiedeva da anni.

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