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Maradona, il medico indagato si difende: fatto più del possibile

Roma, 30 nov. (askanews) – Mentre il mondo del calcio continua a ricordare sul campo Diego Armando Maradona, da Messi con il Barcellona in cerchio attorno alla maglia numero 10, al Napoli che ne ha indossata una in stile Argentina contro la Roma, è finito sotto inchiesta il medico personale del Pibe de oro, Leopoldo Luque, di fronte a presunte irregolarità nel ricovero domiciliare del campione.

L’indagine è partita dalle preoccupazioni sollevate dalle figlie di Maradona per le cure ricevute nella sua casa a Nord di Buenos Aires dove è morto a 60 anni il 25 novembre.

Perquisiti lo studio medico e l’abitazione di Luque che, in una conferenza stampa in tv, ha detto di aver pianto per il campione e di essere stato molto vicino alla famiglia. “Sentirmi responsabile? Niente affatto. Sapete di cosa dovrei essere responsabile? Di essermi preso cura di lui, di averlo amato, aiutato, di esserci stato quando tutti dicevano “lascialo perdere quel ragazzo, perché se gli succede qualcosa sarà un disastro perché tutti vorranno lavarsene le mani e tutte queste sciocchezze.

E io ci ho messo il cuore perché era mio amico, non avevo intenzione di lasciarlo solo”.

Luque ha detto di aver fatto “tutto quello che poteva”. “Tutti volevano che stesse in una casa controllata da tutti i lati, senza alcool e senza tutte le pillole. Io lo volevo, tutti lo volevano, lui lo voleva? Non lo so”, ha aggiunto, spiegando che “sarebbe dovuto andare in un centro di riabilitazione”, ma “non voleva”; lo ha definito un paziente “ingestibile”.

Ha comunque detto di essere a disposizione della giustizia e di non avere nulla da nascondere, non era una sua responsabilità la cura domiciliare così come il ritardo con cui sono arrivati i soccorsi.

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