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Vincere la resistenza sessuale di una donna non è “comune negli uomini” nè “uno scherzo”: è uno stupro

Se ad assolvere uno stupratore ci si mette anche la magistratura come si può pretendere che il popolo capisca la differenza fra fare all’amore e uccidere l’amore?

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“Mi chiamo Paolo il Caldo, sono ingrifato e vocato all’ingrifamento e perciò quando voglio saltare addosso a mia moglie io scherzando, perché sono un tipo mattacchione ma probo io, le punto un coltello alla gola e me la faccio dare anche se lei non è molto d’accordo”.

Ecco, se un giorno qualche casa editrice in trip di chetamina dovesse pubblicare la bio del protagonista dei fatti di Benevento questo sarebbe l’esordio giusto o uno degli esordi possibili e mainstream.

E sarebbe un esordio terribile già così. Ma cos’è che invece ha fatto diventare agghiacciante un puro esercizio di iperbole in queste righe ed una bruttissima storia nello storico di una vita coniugale d’Italia? Non “Paolo”, che purtroppo è fuor di grazia etica ma vive sperso in un mucchio di consimili e sodali muti, ma il magistrato (donna) che di lui ha chiesto di non doversi procedere per violenza sessuale.

Insomma, è il classico caso in cui più della gramigna che appesta i muri conta il concime che alla gramigna dà forza.

Spieghiamola perché è sottile ma fondamentale: se in un Paese dove per cultura minoritaria ma obiettiva la violenza sulle donne è male eradicando ma non eradicato ci si mettono anche gli operatori del Diritto ad evitare che quel male sloggi dalla società, allora il guaio è più grosso dal male stesso. Perché lo perpetua e lo emenda, perché lo assolve e lo qualifica come comportamento e non come reato.

E soprattutto perché ne legittima l’attuazione eliminando il deterrente dell’esercizio dell’azione penale. È un metodo, quello giudiziario, che poi alla creazione di una cultura migliorata una mano gagliardissima gliela dà prima e meglio dei grandi afflati etici, specie nei Paesi come il nostro che hanno bisogno di cure spicce prima che di terapie solenni.

C’è quindi una differenza sostanziale fra il cittadino mediamente tamarro che sui social scrive che una “se l’è cercata perché aveva la gonna corta ed ammiccava” e un sostituto procuratore, che sia donna o meno poco cale ché il diritto è gender free, che scrive su carta intestata della Repubblica cose spaventose.

Come “non è certo che lui abbia capito che sua moglie non era consenziente”, o che il coltello alla gola era “uno scherzo di cattivo gusto”. Il tutto via via in crescendo rossiniano fino ad arrivare a Wagner ed all’apoteosi di “è comune negli uomini dover vincere quel minimo di resistenza che ogni donna, nel corso di una relazione stabile e duratura, nella stanchezza delle incombenze quotidiane, tende a esercitare quando un marito tenta un approccio sessuale”.

È roba lisergica messa nero su bianco e che nero su bianco non si limita ad enunciare, ma assevera in punto di Procedura che un potenziale maiale bullo gigione non è processabile e che non è il caso di verificare in un dibattimento a maturazione di prova che il tizio sia un maiale bullo gigione per davvero. Ora, usciamo dalle sotto categorie di ingrediente e facciamo fare crogiolo e massa critica a quel “maiale, bullo, gigione”: stiamo descrivendo uno stupratore in potenza.

E quella che stiamo raccontando molto, ma molto incazzati, è una storia che fa massa critica con la cattiva coscienza di un popolo che, anche grazie a questi incentivi togati, ancora non la riesce a capire, la differenza fra fare all’amore e uccidere l’amore.

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