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Visita di Stato di Hu Jintao a Washington: torna lo sfarzo tipico dell’era Reagan

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A Washington è iniziato ieri 19 gennaio il vertice tra il Presidente degli Stati Uniti e il suo omologo cinese che durerà quattro giorni.

I temi da trattare sono numerosi: le tensioni tra il dollaro e lo yuan, le nuove frontiere economiche tra i due paesi, il Tibet, la Corea del Nord, la Tunisia.

Appena atterrato a Washington, il Presidente cinese ha partecipato a una cena “intima” solo con il segretario di Stato Hillary Clinton e il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale Tom Donilon. Dopo il saluto tra i due leader è poi iniziata la cerimonia di accoglienza nel giardino della Casa Bianca, con le bande militari che suonavano i due inni nazionali.

Ieri sera si è poi tenuta una cena di Stato alla Casa Bianca, alla quale i cinesi tenevano molto; un onore che cinque anni fa era stato negato a Hu da George Bush: quella visita era stata costellata di gaffes e piccoli incidenti, come quando il leader americano aveva presentato l’omologo cinese come “presidente della Repubblica cinese”. Peccato che questa denominazione spetti a Taiwan, mentre lo stato di Pechino è la Repubblica popolare cinese!

La visita organizzata da Obama sarà di più alto profilo: anche perché gli Stati Uniti non si sono ancora rialzati del tutto dalla crisi, mentre la Cina è diventata un paese molto più forte, orgoglioso, nonché il principale creditore del debito pubblico americano.

Nel 2010 la Cina ha completato definitivamente il sorpasso del Giappone, diventando così la seconda economia globale: la crescita del Pil è stata in termini reali del 10,3 per cento. Obama quindi cercherà di compensare le debolezze economiche sollevando questioni spinose per Hu, come l’Iran, la Corea del Nord e i diritti umani.

Nel discorso per la cerimonia di accoglienza, Barack Obama ha pronunciato parole molto forti e significative: “La storia ci ha mostrato che le società sono più armoniose, le nazioni hanno più successo e il mondo è più giusto quando i diritti e le responsabilità di tutte le nazioni e tutte le persone vengono rispettate compresi i diritti universali di ogni essere umano … Libertà di parola, libertà di religione; questi valori sono scritti anche nella vostra Costituzione. Rispettandoli, la Cina avrebbe ancora più prosperità e successo“. Il tema dei diritti umani è molto scottante per la Tigre Asiatica, soprattutto dopo che il segretario di Stato Hillary Clinton nelle scorse settimane aveva criticato fortemente il paese, durante una conferenza stampa, per lo scarso rispetto dei diritti civili dei cittadini cinesi, ricordando Liu Xiaobo, Nobel per la Pace 2010 ancora recluso in prigione. Sempre a proposito dei diritti umani Obama ha invitato il numero uno cinese ad aprire un dialogo col Dalai Lama, “per preservare l’identità religiosa del popolo tibetano”.
Pur nella sua ormai celebre inespressività (un detto racconta che la statua di cera del museo Tussaud che lo ritrae tradisce più emozioni di lui!), Hu ha tentato di ribattere sul tema dei diritti umani: “La Cina è sempre stata impegnata nella promozione dei diritti umani, come ci viene riconosciuto dal mondo intero. Ma questi diritti vanno visti alla luce delle circostanze nazionali. Siamo ancora un paese in via di sviluppo, con una popolazione immensa, con grandi sfide sociali ed economiche da affrontare. Possiamo fare di più per i diritti umani, e continueremo nei nostri sforzi per migliorare il tenore di vita, la democrazia e lo Stato di diritto”. Ma la prima domanda sul tema fattagli dall’Associated Press è stata platealmente ignorata, così come la questione del Tibet.
D’altronde, nella delegazione commerciale americana che partecipa a una sessione di lavoro con Hu sono due i grandi assenti: Google e Facebook, simboli dell’economia di Internet esclusi però dal mercato cinese. Mentre Google ha dovuto abbandonare il mercato cinese per lo spionaggio industriale e la censura, Facebook non vi è mai entrato.

Sulla questione della Corea del Nord, Obama ha ricordato la necessità di fermare le provocazioni di Pyongyang, e l’illegalità della sua condotta per il diritto internazionale. L’obiettivo ultimo sarebbe la denuclearizzazione di tutta la penisola.

Per quanto riguarda le due monete, il Presidente americano ha mostrato scontentezza per lo yuan, che resta ancora troppo sottovalutato: l’annuncio di una decina di accordi commerciali del valore totale di oltre 40 miliardi di dollari è molto interessante, ma gli Stati Uniti vogliono “che il valore dello yuan sia guidato dal mercato”.

L’incontro era voluto da tempo da Obama, che ha grande fiducia nel rapporto che gli Stati Uniti potranno stabilire con la Cina: “noi abbiamo moltissimo da guadagnare dal reciproco successo in un mondo sempre più interconnesso, nazioni saranno più prospere e sicure quando lavoriamo insieme”. Anche Hu Jintao si è dimostrato d’accordo: “Washington e Pechino condividono interessi comuni e responsabilità. Dobbiamo «cogliere l’opportunità di lavorare insieme mano nella mano”.

Da parte cinese, si riconoscono pesanti questioni sensibili e divergenze, e in due interviste, una al Wall Street Journal e una al Washington Post (evento raro per Hu Jintao), il Presidente cinese aveva affermato che il sistema monetario internazionale basato sul dollaro è un prodotto del passato; il dollaro deve essere mantenuto a un livello ragionevole e stabile. Inoltre, “Le parti devono mantenere il sangue freddo nello sviluppo delle loro relazioni, accrescere gli scambi, rafforzare la fiducia reciproca e cercare dei terreni d’intesa nonostante le divergenze, gestire i problemi e favorire lo sviluppo a lungo termine, sano e costante, delle relazioni cino-americane”.

Fuori dalla Casa Bianca si sono riuniti circa quaranta contestatori, che hanno urlato “Hu assassino, Hu bugiardo. Vergognati!”, “Vergogna sul partito comunista cinese!”

Nonostante i due leader si fossero già incontrati in sette occasioni, questa è la prima visita di Stato, un onore concesso, per ora, da Obama solo ai leader di India e Messico. D’altronde essa avviene anche in una ricorrenza molto importante: il quarantesimo anniversario della “diplomazia del ping pong”, quando le due nazionali di tennis da tavolo fecero da apri-pista al primo incontro diretto tra Richard Nixon e Mao Zedong. Ma allora la Cina era un paese povero, minacciato dalle carestie, utile agli Stati Uniti solo come “carta” da usare nel rapporto con l’Unione Sovietica.

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