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Wikileaks: diplomazia vs. tecnologia

Domenica 28 sera il sito di Julian Assange, Wikileaks, ha pubblicato 251,287 documenti classificati. Immediata la pubblicazione sul “Guardian”, “The New York Times”, “Le Monde” e “El Pais”, nonostante un attacco informatico diretto al sito. Ma Assange aveva già avvertito: i documenti sarebbero stati resi pubblici nonostante tutto.

Il responsabile della fuga di notizie potrebbe essere Bradley Manning, soldato 23enne US analista dell’intelligence militare in Iraq, in manette da giugno scorso. Genio dell’informatica, Manning si vantava in chat di aver sottratto file segreti al Pentagono e al Dipartimento di Stato Americano scaricandoli dal suo pc della base di Baghdad, sperando di causare così una situazione di anarchia internazionale. Ma quando la polizia militare lo ha scoperto era troppo tardi: aveva già consegnato i cd con il materiale scottante a Wikileaks.

I primi file segreti vennero posti in rete da Wikileaks il 25 luglio: decine di migliaia di documenti sulla guerra in Iraq; ma ancora il Pentagono non menziona Manning come fonte del materiale pubblicato domenica sera dal sito.

Le verità più scottanti? Berlusconi è visto dagli USA come portavoce di Putin, per la Francia l’Iran è un paese fascista, e Chavez un folle. Medvedev è il Robin di Putin-Batman, Kim Jong-il un ragazzo invecchiato e flaccido; Nicolas Sarkozy autoritario e permaloso, il Colonnello Gheddafi volubile ed eccentrico. Sotto una luce positiva invece il premier israeliano Netanyahu, elegante e affascinante, anche se non mantiene mai le promesse. Il presidente afghano Hamid Karzai è descritto come un uomo estremamente debole e paranoico. Altrettante parole pesanti con Saleh, presidente dello Yemen, Mugabe, presidente dello Zimbabwe, Erdogan, primo ministro turco.

Il nomignolo peggiore ad Ahmadinejad , bollato come il “nuovo Hitler”, mentre un’altra fonte affermerebbe che il leader religioso iraniano Ali Khamenei abbia il cancro.

Ma lo scoop non sta tanto nel contenuto, gran parte già pubblicato precedentemente, quanto nel linguaggio usato: siamo abituati a vedere diplomatici “poker face”, non uomini normali che parlano dei colleghi in modo spontaneo e scurrile.
Wikileaks ha sicuramente messo in grande imbarazzo gli autori delle battute, ma siamo sicuri che tutto ciò porti a qualcosa? Sembra invece che venga incoraggiato chi favorisce il sospetto, la circospezione, chi segue il “politically correct”: cioè chi è più ipocrita. La conseguenza non sarà un governo migliore, ma maggiori segreti! La paranoia dei muri che hanno le orecchie aumenterà gli incontri faccia a faccia tra diplomatici, in luoghi pubblici per far coprire le proprie voci dai rumori esterni, perché non si sa mai! Presto potranno parlare onestamente tra di loro solo i leader più autoritari, che non permettono che non parlano con i giornalisti e non fanno dichiarazioni pubbliche.
Se l’obiettivo di Assange era aumentare il controllo dell’opinione pubblica sul processo politico o sui rapporti diplomatici, questo non è stato raggiunto: non è aumentata la democrazia, ma la sospettosità.

Le prime reazioni provengono dagli USA, il paese più nominato nei cables: la Casa Bianca condanna la fuga di notizie, che mette a rischio i suoi diplomatici e la sua intelligence.
“I nostri diplomatici fanno i diplomatici”: questa la risposta di Susan Rice, ambasciatore US all’ONU, alle rivelazioni del sito secondo cui il segretario di stato Hillary Clinton avrebbe dato ordine ai diplomatici presso l’ONU di raccogliere informazioni sul Segretario Generale Ban Ki-Moon e su altri esponenti stranieri.

C’è già chi parla di Cablegate, di una III guerra mondiale mediatica, o dell’11 settembre della diplomazia mondiale. Ma sembra che Wikileaks voglia sostituirsi a ciò che dovrebbe fare un onesto giornalismo: stabilire la verità, scavare oltre la facciata degli eventi e dei vari leader, andare in prima fila a scoprire la “notizia”, denunciando le ipocrisie dei leader internazionali, ma senza mettere a rischio la sicurezza della comunità internazionale intera! La pubblicazione di documenti riservati fa invece saltare tutti i rapporti di fiducia tra gli stati: vengono pubblicate conversazioni private, schiette, spesso incomplete, che non sono l’espressione di una linea politica, e di certo non riflettono le decisioni politiche finali.

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