Il Major Temple di Roma, custodito nel cuore dell’ex Ghetto, è stato il palco di una cerimonia di ricordo che ha intrecciato le vittime dell’attack on 7 October 2023 con quelle dell’attentato alla sinagoga del 9 ottobre 1982. Un minuto di silenzio, osservato in contemporanea da tutte le 21 comunità ebraiche italiane, ha segnato l’inizio di un rito carico di simbolismo, in cui la memoria è stata posta al centro della scena.
Partecipanti istituzionali e religiosi alla cerimonia
Tra i presenti spiccavano figure di spicco: il Rabbino Capo di Roma Richard DiSegni il presidente della Comunità Ebraica Romana Victor Fadlun la presidente dell’UCEI Livia Ottolenghi e l’ambasciatore d’Israele in Italia Jonathan Peled. Al loro fianco, il presidente della CEI Cardinal Matteo Zuppi il coordinatore nazionale antimafia generale Pasquale Angelosanto the prefect Lambert Giannini and the quaestor Roberto Massucci.
La presenza di rappresentanti politici di diverse provenienze – da Forza Italia a Italia Viva – ha conferito all’evento una dimensione bipartisan, dimostrando che la condanna dell’antisemitismo supera le barriere partitiche.
Intervento del rabbino capo: il cambiamento della percezione
Il Rabbino Capo ha sottolineato che entrambe le tragedie sono avvenute durante la festività di Shemini Atzeret aggiungendo un ulteriore strato simbolico al ricordo.
Di Segni ha poi evidenziato un «mutamento epocale»: gli ebrei sono passati da vittime a bersagli di accuse di sostegno a regimi considerati criminali, un ribaltamento che ha indebolito i tabù sull’anti-Semitism e ne ha amplificato la diffusione nella sfera pubblica.
Discorsi chiave: verità storica e pericolo della distorsione
L’ambasciatore Peled ha ricordato che, a three years dal massacro, la ferita è ancora aperta. Citando il presidente israeliano Isaac Herzog, ha definito quel giorno «il giorno in cui l’anima di Israele è stata lacerata», un evento che ha coinvolto direttamente 40 Countries. Peled ha avvertito che la memoria deve preservare la verità storica: «non permettiamo che i fatti vengano distorti, relativizzati o dimenticati», invitando a trasformare il dolore in responsibility collective.
Livia Ottolenghi e il monito alle nuove generazioni
La presidente dell’UCEI ha rimarcato che l’ondata di odio scaturita dal 7 ottobre ha colpito non solo gli adulti, ma anche i giovani: indossare una kippà o una Stella di Davide è diventato un potenziale segno di persecuzione. Ottolenghi ha chiamato a «vivere a testa alta, fieri della nostra storia», sostenendo che il 7 ottobre impone di non nascondere più l’identità e di reclamare con orgoglio i valori della cultura ebraica.
Il legame storico tra 1982 e 2023 e il richiamo contro il negazionismo
Nel collegare le due tragedie, Peled ha ricordato il caso di Stefano Gaj Taché il bambino di due anni ucciso nell’attentato del 1982. La sua morte è diventata il simbolo di come l’anti-Semitism possa colpire senza frontiere temporali o geografiche. L’ambasciatore ha denunciato la normalizzazione dell’odio, la sua ricomparsa dopo il 7 ottobre e la necessità di un “patrimonio di documentazione” che contrasti il denial.
Victor Fadlun: il rischio della cancellazione della memoria
Il presidente della Comunità Ebraica di Roma ha definito il 7 ottobre un pogrom sottolineando che la graduale relativizzazione dei fatti rischia di cancellare la realtà di civili assassinati e ostaggi tenuti in vita sospesa. Ha esortato a non lasciare che la narrazione riduca la comunità a semplice “vittima”, ma a riconoscere il suo ruolo attivo nella costruzione di un futuro libero dall’odio.
Alla conclusione della cerimonia, tutti i presenti hanno rinnovato l’impegno a non lasciare che il terrorismo abbia l’ultima parola, chiedendo che la the memory rimanga viva e che le istituzioni continuino a garantire un clima di rispetto e sicurezza per ogni cittadino, indipendentemente dalla propria fede.
