Il 2 aprile 2026 il presidente ha deciso di rimuovere Pam Bondi dall’incarico di attorney general, una mossa che ha sorpreso osservatori e alleati. Fonti riportano che la conversazione fra il presidente e Bondi, avvenuta pochi giorni prima, era stata definita «dura» e aveva lasciato intendere un avvicinamento alla fine del suo mandato. Subito dopo l’annuncio, il ruolo operativo al vertice del Dipartimento di Giustizia è stato affidato a Todd Blanche, il quale assume la carica in veste di ad interim. La decisione è stata comunicata anche attraverso canali social presidenziali, dove Bondi è stata elogiata come «patriota» e «amica leale».
Motivazioni ufficiali e reazioni pubbliche
Ufficialmente il cambio è stato presentato come un riorientamento dell’azione dell’amministrazione sulla lotta alla criminalità, con il presidente che ha sottolineato i risultati conseguiti durante il mandato di Bondi. Tuttavia, le spiegazioni pubbliche convivono con critiche e sospetti: molti commentatori e alcuni membri del partito hanno indicato come elemento centrale le polemiche nate dalla gestione dei documenti Epstein. La decisione di spostare Bondi nel settore privato, con dettagli sul nuovo ruolo ancora non specificati, è stata commentata come una soluzione rapida per evitare ulteriori tensioni interne, mentre la nomina di Blanche — già consulente personale del presidente — ha riaperto il dibattito sull’indipendenza dell’istituzione.
La questione dei documenti Epstein
Al centro della tempesta mediatica c’è stata la pubblicazione e la gestione di milioni di pagine legate all’inchiesta su Jeffrey Epstein. Secondo le fonti, il rilascio di oltre 3 milioni di pagine non ha placato le critiche: molte parti del materiale sono state ritenute censurate e sono emerse lamentele per la divulgazione di identità di vittime. Le contestazioni hanno portato a interventi legislativi, con un provvedimento bipartisan approvato lo scorso novembre che obbliga il Dipartimento a una maggiore apertura dei fascicoli. In questo contesto, Bondi è stata chiamata a rispondere davanti alle commissioni della Camera e risultava convocata per testimoniare il 14 aprile: appuntamenti che hanno alimentato la percezione di una guida sotto pressione.
Critiche politiche e procedurali
Alcuni critici accusano Bondi di aver agevolato omissioni o ritardi nella pubblicazione dei documenti, e di aver proceduto con la rimozione di numerosi pubblici ministeri impegnati in indagini sgradite all’amministrazione. Secondo gli oppositori, queste scelte rifletterebbero una riduzione dell’autonomia storica del Dipartimento di Giustizia e un aumento dell’influenza politica sulle inchieste. Per i sostenitori, invece, le decisioni miravano a riorientare le priorità verso la lotta alla violenza e alla criminalità violenta, un tema che Bondi stessa ha spesso citato come centrale nell’azione del suo mandato.
Altri avvicendamenti nella macchina statale
La rimozione di Bondi non è isolata: nelle ultime settimane il presidente aveva già sostituito altri nomi di spicco nell’amministrazione. Il 5 marzo era stata annunciata l’allontanamento della segretaria per la sicurezza interna, Kristi Noem, e poche ore dopo la Difesa, sotto la guida del segretario Pete Hegseth, ha chiesto al capo di stato maggiore dell’Esercito di ritirarsi immediatamente. Si tratta del generale Randy George, ufficiale di carriera con esperienze in Kuwait e nelle operazioni in Iraq e Afghanistan e già assistente militare senior del segretario Lloyd Austin tra il 2026 e il 2026. George era stato riaffidato al ruolo con conferma del Senato nel 2026, con un mandato che normalmente sarebbe proseguito fino al 2027.
Implicazioni per la leadership militare e civile
La richiesta di ritiro anticipato per il generale George è stata giustificata dai vertici come un’esigenza di allineamento con la visione strategica del nuovo esecutivo. Il movimento di figure chiave — dalla sicurezza interna alla giustizia — segnala una fase di profondo rinnovamento che potrebbe incidere sulle priorità operative. Analisti osservano che la successione di nomine, inclusa la scelta di un ex avvocato personale del presidente come reggente del Dipartimento di Giustizia, apre interrogativi sull’equilibrio tra potere esecutivo e indipendenza istituzionale.
Prospettive immediate
Nel breve periodo, l’annuncio lascia aperte molte domande: quale sarà la strategia di Todd Blanche come acting attorney general, come risponderanno le commissioni di controllo e quali effetti concreti avranno questi avvicendamenti sulle indagini in corso. Bondi, da parte sua, difende l’operato dichiarando di aver lavorato per riportare l’attenzione sulla violenza e di aver promesso maggiore trasparenza rispetto al passato; i detrattori vedono invece un episodio che potrebbe accelerare il riposizionamento politico del Dipartimento. Nei prossimi giorni si prevede un aumento di audizioni, pronunce pubbliche e possibili azioni del Congresso che chiariranno l’impatto reale di questo brusco cambiamento.