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Free press, la storia di una realtà che fa paura ai quotidiani

Dopo l’incredibile serie di reazioni suscitata dal post su Epolis, fortemente criticato da un neo-dipendente del Giornale di Sicilia, ho pensato fosse il caso di fare una panoramica più ampia sul fenomeno free press.

Tratto dalla tesi di Micol Mazzeo sulla free press:

Una recente indagine Eurisko, commissionata dalle concessionarie pubblicitarie dei tre quotidiani, mostra che i due terzi del lettorato dei neo-quotidiani, oltre il milione e mezzo di lettori giornalieri, non si rivolge alla stampa quotidiana a pagamento. Sul piano del marketing i free papers sembrerebbero destinati ad una progressiva crescita dando vita a molteplici iniziative, anche a livello regionale e locale, e portando il totale nazionale della diffusione dei quotidiani dai sei agli otto milioni di copie giornaliere.

L’innovazione del free press, che deriva direttamente dal mondo del web è anche stilistica. Il modo di scrivere cambia radicalmente, il linguaggio deve avvicinarsi il più possibile al pubblico, ormai alle prese con nuovi mezzi di comunicazione. Sempre dalla tesi “Free press: City, Metro e Leggo Nuovi astri della galassia Gutenberg tra web e tv“:

Negli articoli di un quotidiano il giornalista tende solitamente a concentrarsi sulla story e sul background dell’evento, delegando all’occhiello la funzione di “attacco” e di sintesi della notizia. Sulle pagine di «City», viceversa, riacquista un valore primario il lead evidenziato in neretto, il quale, all’interno di ogni pezzo superiore alle venti righe, concentra gli elementi fondamentali per far capire al lettore il contesto in cui viene ambientata la notizia, dalle 5 W al focus dell’articolo. Nel caso del quotidiano tradizionale viene, dunque, privilegiato un uso articolato della lingua, in cui abbondano subordinate relative e incisi, mentre, nel caso del nuovo giornale, la tendenza è alla semplificazione, attraverso il ricorso a coordinate e frasi brevi, in cui il soggetto è sempre posto all’inizio. Da una parte, dunque, si propone un modello di scrittura che richiede una fruizione lenta e riflessiva, in cui l’elemento messo in evidenza è la firma del giornalista, dall’altra, si ha una composizione che avvicina la lettura al surfing in rete, in cui l’indicazione delle fonti prende il posto del nome del redattore, attraverso il ricorso a coordinate e frasi brevi, in cui il soggetto è sempreposto all’inizio.Da una parte, dunque, si propone un modello di scrittura che richiedeuna fruizione lenta e riflessiva, in cui l’elemento messo in evidenza è la firma del giornalista, dall’altra, si ha una composizione che avvicina la lettura al surfing in rete, in cui l’indicazione delle fonti prende il posto del nome del redattore.

Ma la crisi ha un po’ cambiato le carte in tavola. Fino al 2008 l’ascesa dei giornali free press a livello mondiale era inarrestabile. Tra il 2003 ed il 2008 si è passati dalle 14 alle 42 milioni di copie vendute in tutto il mondo.

La crisi economica ha fatto crollare le vendite a 37 milioni, facendo chiudere decine di testate in Europa. In Germania l’esperienza delle free press è stata archiviata, con Frankuferter Allgemeine a dominare incontrastato. In Inghilterra sono rimasti solo in 3, la Spagna, dove la free press aveva le maggiori prospettive di crescita, ha visto la chiusura di ben 20 redazioni, anche se continuano a lavorare sul territorio ben 14 testate riconducibili al sistema della free press. In Italia se ne contano 8 e alcune hanno già problemi con gli investitori. Gli introiti per chi riesce a resistere sono ragguardevoli e rimane la novità stilistica del free press, in grado di rendere il lettore più libero di esplorare le notizie senza percorsi “forzati” imposti dall’impaginazione.

Questo modo nuovo di fare giornalismo sta già portando dei cambiamenti nel mondo dell’informazione e nel volume di affari che le società pubblicitarie girano ai mezzi di informazione.

Su questa realtà si confrontano i giornalisti di oggi e si dovranno adattare quelli di domani.

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