> > Carceri russe, le torture sugli ucraini raccontate dall'interno

Carceri russe, le torture sugli ucraini raccontate dall'interno

Kiev, 8 mag. (askanews) – Migliaia di soldati e civili ucraini detenuti in Russia e nei territori occupati sono stati, o sarebbero tuttora, sottoposti a torture fisiche e psicologiche. Lo indicano testimonianze raccolte da AFP, rapporti di Ong e documenti dell’Osce. Ex prigionieri parlano di pestaggi continui, scosse elettriche, violenze sessuali, isolamento e condizioni di detenzione disumane.Nell’inchiesta compare anche una testimonianza rara: quella di Sergei, nome di fantasia, ex membro delle forze speciali del servizio penitenziario russo, fuggito dalla Russia.

Il suo racconto conferma dall’interno l’uso della violenza contro i prigionieri ucraini: “Prima del primo dispiegamento arrivò il capo dell’ufficio regionale, riunì il personale e disse che, nel trattamento dei prigionieri di guerra, le regole in vigore fino a quel momento non sarebbero più state applicate. In altre parole, diede carta bianca all’uso di qualunque forma di forza fisica.

E nessuno ne avrebbe risposto”.AFP ha raccolto anche i racconti di altri due ex funzionari penitenziari russi, attraverso l’Ong Gulagu.net, che documenta gli abusi nelle carceri russe. Il suo fondatore, Vladimir Osechkin, parla di un sistema di torture controllato dai servizi di sicurezza e dalle autorità carcerarie. L’amministrazione penitenziaria russa non ha risposto alle domande di AFP.

Vladimir Putin aveva sostenuto lo scorso anno che Mosca tratta i prigionieri “umanamente”.Tra gli ex detenuti c’è Yaroslav Rumyantsev, soldato ucraino catturato a Mariupol nel 2022. È rimasto per tre anni e tre mesi in prigionia russa: “Gli agenti sanno come picchiarti nel modo giusto, come torturare, come provocare dolore. Lo sanno in qualunque struttura, in qualunque parte del mondo. E lo usano: lo sperimentano su di noi e osservano come funziona. Ci sono stati anche momenti in cui ci facevano tenere per mano e facevano passare la corrente elettrica attraverso di noi. In pratica, solo per vedere quante persone avrebbero sentito dolore. Sono esperimenti sugli esseri umani, e questo viene considerato normale. L’idea è che, quando esci, te lo ricordi e non voglia più andare a combattere, perché ti hanno trattato così”.