(Adnkronos) –
Il Consiglio dei ministri ha impugnato la legge sul fine vita approvata dal Veneto. Secondo quanto riferiscono fonti del governo, il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, esponente della Lega come il presidente del Veneto Alberto Stefani, si è espresso contro l’impugnazione della legge. Dubbi sono arrivati anche da Forza Italia con la ministra dell’Università Anna Maria Bernini.
A quanto si apprende, nel corso del dibattito il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha fatto mettere a verbale, a nome della delegazione di Forza Italia, la necessità di un intervento legislativo del Parlamento. Per Forza Italia, infatti, una materia tanto delicata deve essere disciplinata dalle Camere attraverso una normativa nazionale che eviti il proliferare di leggi regionali, anche in contrasto tra loro, e dia attuazione alle indicazioni della Corte costituzionale.
“Rispetto pienamente la decisione assunta oggi dal Consiglio dei ministri di impugnare la legge veneta sul fine vita.
È una prerogativa costituzionale del governo, che ha il diritto di rivolgersi alla Consulta quando ritiene che una norma regionale presenti profili di incostituzionalità”. Così il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, commenta la decisione del Consiglio dei ministri. “Come d’altronde è pienamente legittimo che i rappresentanti della Lega in Cdm non abbiano partecipato al voto.
Personalmente rivendico con convinzione la scelta compiuta dal Consiglio regionale del Veneto, che ho personalmente sostenuto e votato. Una scelta di responsabilità, di rispetto delle sentenze della Corte costituzionale e, soprattutto, di attenzione ai cittadini e alla loro libertà. Abbiamo voluto dare regole certe a situazioni già previste dal nostro ordinamento, evitando di lasciare soli i pazienti, le loro famiglie e i medici davanti a decisioni di straordinaria delicatezza”, afferma.
“L’impugnazione rappresenterà un’ulteriore occasione di approfondimento giuridico – prosegue Zaia – La Corte costituzionale si è già espressa sulle normative di Toscana, Emilia Romagna e Sardegna, chiarendo anche gli spazi entro i quali possono intervenire le regioni. Ora avrà modo di pronunciarsi anche sulla legge veneta. Attendiamo questo giudizio con serenità, convinti della serietà del lavoro svolto e della volontà di rispettare pienamente il quadro costituzionale. Ma credo che il vero problema sia un altro, e che non possa essere attribuito a questo governo o a una singola maggioranza politica: l’Italia trascina da troppi anni un vuoto legislativo sul fine vita che nessun Parlamento non è ancora riuscito a colmare”.
Zaia poi ricorda “il 2009 e la vicenda di Eluana Englaro, morta dopo diciassette anni in stato vegetativo, quando una lunga battaglia giudiziaria condotta dal padre Beppino portò all’autorizzazione a sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiali. Quella vicenda scosse profondamente il Paese e aprì un dibattito che, a distanza di diciassette anni, non possiamo considerare concluso. Nel 2019, con la sentenza sul caso di Dj Fabo, la Corte costituzionale individuò quattro condizioni rigorose per la non punibilità dell’aiuto al suicidio: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche giudicate intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. Ma quella sentenza non pretendeva certo di sostituirsi per sempre al legislatore. Era una risposta necessaria a un vuoto normativo, accompagnata da un preciso richiamo al Parlamento perché intervenisse”.
“Da allora sono passati diciassette anni – sottolinea il presidente del Consiglio regionale del Veneto -. Si sono succeduti governi e maggioranze di orientamento diverso, ma una legge nazionale ancora non c’è. Ecco perché non considero questa una battaglia tra destra e sinistra. Su questioni così profonde le sensibilità attraversano tutti gli schieramenti, perché prima delle appartenenze politiche vengono le coscienze individuali. Il punto non è stabilire chi abbia ragione sul piano morale, ma assumersi la responsabilità di dare al Paese una disciplina chiara, rispettosa della dignità della persona e capace di garantire le necessarie tutele, a cominciare dalle cure palliative e dalla protezione delle persone più fragili”.
“Mi auguro quindi che questa nuova vicenda costituzionale diventi anche uno stimolo per il Parlamento ad affrontare finalmente il tema, senza altri rinvii. Il Parlamento trovi la forza e il coraggio di intervenire, approvando una legge che dia finalmente risposte concrete a queste persone malate, alle loro famiglie e a chi ogni giorno le accompagna in un percorso di sofferenza. Le Regioni non possono essere lasciate sole a rispondere a pazienti terminali che in virtù della sentenza della Corte hanno il diritto di gestire il loro fine vita e quindi di avere una risposta dal sistema sanitario regionale. Mi auguro che, quando si parla di ‘fine vita’, prevalga un approccio liberale e non liberticida. Uno Stato liberale deve saper rispettare le convinzioni di tutti, comprese quelle di chi compie scelte che personalmente non condividiamo. La libertà di coscienza deve valere tanto per chi è favorevole quanto per chi è contrario, senza che le convinzioni degli uni diventino imposizioni per gli altri. È questa, a mio giudizio, la responsabilità di una politica moderna e di un Paese che voglia davvero mettere al centro la dignità e la libertà dei propri cittadini”, conclude Zaia.
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