La vicenda giudiziaria che ruota intorno al centro sociale Leoncavallo è tornata in primo piano con l’avvio del processo civile a Milano il 1 aprile 2026. Al centro del contenzioso c’è la richiesta del Ministero dell’Interno che chiede all’Associazione Mamme Antifasciste il pagamento di 3 milioni di euro, somma originariamente liquidata dallo Stato alla proprietà dopo la pronuncia della Corte d’Appello. La questione non è soltanto economica: sul tavolo ci sono i limiti della responsabilità, i tempi e le modalità dello sgombero e il possibile effetto a catena su altre esperienze autogestite in Italia.
Quel che si è visto in aula nella prima udienza comprende questioni preliminari e una forte mobilitazione di parte della cittadinanza, che ha organizzato un sit-in di protesta. La difesa, guidata dagli avvocati Mirko Mazzali e Federico Garufi, contesta la tesi del Ministero: secondo il legale, attribuire alle mamme la responsabilità del mancato sgombero equivale a creare un precedente giuridico pericoloso. Dall’altra parte, il Viminale sostiene che lo Stato ha right di rivalersi per la somma già riconosciuta alla proprietà dell’immobile di via Watteau.
Il processo e le argomentazioni delle parti
Nel contraddittorio in aula la narrativa delle parti è netta. Il Ministero dell’Interno sostiene che la condotta dell’associazione abbia contribuito al protrarsi dell’occupazione e, di conseguenza, alle perdite per la proprietà, mentre la difesa ribatte che la decisione di procedere allo sgombero e l’impiego delle forze dell’ordine spettano al Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, non a un gruppo civile. Gli avvocati delle mamme hanno inoltre sottolineato che quando lo Stato ha deciso di agire lo sgombero è avvenuto, smontando così la tesi di una loro responsabilità diretta.
Le dichiarazioni in aula
La presidente dell’associazione, Marina Boer, ha definito la causa «politica e infondata», avvertendo del rischio che la logica sostenuta dal Ministero diventi una forma di strumento per smantellare altre realtà simili. A sostegno della difesa sono intervenuti anche esponenti storici del centro, tra cui Daniele Farina, che ha richiamato casi analoghi come quello di Spin Time Labs a Roma per evidenziare come le controversie sui beni occupati possano trasformarsi in battaglie finanziarie di ampia portata.
Il quadro politico e le repliche
Accanto ai profili strettamente legali emergono risvolti politici e di immagine: alcune forze politiche hanno criticato le Mamme Antifasciste, esigendo il pagamento del debito nei confronti dello Stato, mentre dall’altra parte si denuncia un uso della giustizia civile per finalità politiche. Un deputato di Fratelli d’Italia ha chiesto che «si paghi il dovuto» prima di qualsiasi rivendicazione, mentre i sostenitori del movimento parlano di pressioni parlamentari che, insieme alla sentenza, avrebbero accelerato lo sgombero».
Il timore del precedente
La questione del possibile precedente giuridico è centrale: se il Tribunale dovesse riconoscere la responsabilità civile dell’associazione, la stessa logica potrebbe essere declinata per reclamare somme a molte altre esperienze di occupazione in Italia. Gli osservatori invitano a distinguere tra responsabilità penali o amministrative e la diversa natura della responsabilità civile, che qui viene usata per cercare un rimborso di spese sostenute dallo Stato nei confronti di proprietari privati.
Cosa è in gioco per il Leoncavallo e per la città
Per l’Associazione Mamme Antifasciste la posta in gioco è alta: la richiesta di 3 milioni di euro potrebbe avere conseguenze economiche e simboliche rilevanti. La vicenda riapre il dibattito su come le istituzioni affrontano spazi sociali storici, sul ruolo della burocrazia e sulle risposte che la città di Milano dovrebbe offrire dopo le richieste della cittadinanza a riguardo, incluse manifestazioni di sostegno che avevano invocato una soluzione alternativa alla chiusura definitiva. Rimane inoltre aperta la questione di come bilanciare il diritto di proprietà con le pratiche di autogestione culturale e sociale.
Il calendario processuale proseguirà con una nuova udienza fissata per il 24 novembre, momento in cui verranno approfonditi gli elementi probatori e le argomentazioni sulle responsabilità. Fino ad allora, la vicenda del Leoncavallo continuerà a essere osservata non solo come una disputa tra parti, ma come un banco di prova sulle strategie che lo Stato intende adottare nei confronti di realtà simili sul territorio nazionale.