(Adnkronos) –
Donald Trump punta a fare pressione sull’Ucraina senza arrivare a un “ultimatum ufficiale”, sfruttando anche la dipendenza di Kiev dalle tecnologie militari americane. È la lettura di Ruslan Bortnik, direttore dell’Ukrainian Institute of Politics, think tank indipendente con sede a Kiev, che in un’intervista all’Adnkronos analizza le conseguenze della crescente incertezza sul sostegno di Washington, il ruolo dell’Europa e i margini di manovra del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.
“Userei cautela nel dire che Donald Trump abbia ordinato direttamente di limitare Starlink per costringere l’Ucraina ad accettare un accordo di pace – premette Bortnik – Non abbiamo prove pubbliche di una decisione esplicita in questo senso. Ma la combinazione degli eventi può certamente apparire come una forma di pressione indiretta”.
Il caso Starlink, secondo il politologo, si inserisce in questo quadro, anche se non ci sono prove pubbliche di una decisione esplicita del presidente americano di limitare il servizio per costringere Kiev ad accettare un accordo con Mosca.
“La successione degli eventi crea certamente l’impressione di una pressione indiretta”, osserva Bortnik. L’Ucraina, spiega, viene messa di fronte alle conseguenze della propria dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti, soprattutto se prosegue operazioni militari che Washington considera dannose per i propri interessi, anche in relazione ai prezzi globali dei carburanti. Ma un ultimatum esplicito, per esempio legare il mantenimento delle capacità militari ucraine alla rinuncia agli attacchi contro le raffinerie russe, comporterebbe per Trump rischi politici e legali maggiori.
Trump dispone di un ampio margine di discrezionalità nella cooperazione d’intelligence e nella gestione delle tecnologie militari, ma deve rispettare vincoli costituzionali e legali, in particolare quando si tratta di aiuti autorizzati dal Congresso.
“È un tema particolarmente delicato per Trump, perché il suo primo impeachment era legato proprio all’Ucraina e all’uso del potere presidenziale e dell’assistenza americana come strumenti di pressione politica”. L’interpretazione di Bortnik è quindi che Trump preferisca esercitare pressioni senza formulare un ultimatum ufficiale. “L’obiettivo può essere abbastanza chiaro, mentre il meccanismo resta deliberatamente difficile da ricondurre a una decisione esplicita”.
L’Unione europea può contribuire a colmare il vuoto politico lasciato dagli Stati Uniti, ma non può sostituirne rapidamente le capacità strategiche e tecnologiche. In questo quadro, Bortnik giudica sensata la proposta di individuare un unico rappresentante europeo per i negoziati sull’Ucraina, indicando nel presidente del Consiglio europeo Antonio Costa una possibile figura di riferimento. “Il problema dell’Europa è quello delle 27 voci: ha un enorme peso economico, ma spesso si presenta ai negoziati senza un unico interlocutore autorizzato a trasformare quel peso in capacità negoziale”, spiega il politologo. “Costa potrebbe aiutare a colmare il vuoto politico, ma non può, da solo, colmare quello strategico e tecnologico”.
Tra le risorse difficilmente sostituibili in tempi brevi Bortnik cita l’intelligence satellitare, i sistemi di allerta per i lanci di missili balistici, parte dell’infrastruttura Starlink e Starshield, i sistemi Patriot e i relativi intercettori, alcune tecnologie a lungo raggio e l’architettura americana di intelligence. La conclusione è netta: “L’Europa è abbastanza forte da impedire che l’Ucraina venga abbandonata, ma non è ancora autonoma sul piano strategico al punto da sostituire completamente gli Stati Uniti”.
Quanto a Zelensky, Bortnik non ritiene che il presidente ucraino sia “con le spalle al muro”, ma avverte che i suoi margini di manovra si sono sensibilmente ridotti. “Userei una metafora diversa: oggi l’Ucraina sta in equilibrio su una gamba”, dice. Se per gran parte della guerra Kiev ha potuto contare sul sostegno di due pilastri, Stati Uniti ed Europa, ora quello americano è diventato molto meno affidabile sul piano politico e l’Ucraina deve spostare sempre più il proprio peso sui partner europei.
La strategia ucraina, secondo Bortnik, deve puntare a mantenere unita l’Europa, evitare una rottura irreversibile con Washington, proseguire la resistenza militare e guadagnare tempo, senza rinunciare a migliorare la propria posizione negoziale. Kiev conserva strumenti di pressione: “Ha ancora carte importanti da giocare: le capacità dei droni, la pressione sulle infrastrutture energetiche russe, il proprio esercito e il sostegno politico europeo”. La priorità è evitare concessioni unilaterali. “Zelensky ha ancora delle carte. Il problema è che oggi ci sono meno giocatori disposti a sedersi dalla sua parte del tavolo”.
A Kiev, aggiunge il politologo, prevale ancora la speranza che l’attuale atteggiamento di Trump sia una fase temporanea e non il segnale di un definitivo riallineamento degli Stati Uniti con la Russia. Ma questa aspettativa potrebbe rivelarsi troppo ottimistica, anche perché dopo le elezioni di metà mandato la politica americana inizierà a guardare alle presidenziali del 2028. “Non definirei la situazione attuale una catastrofe per l’Ucraina. Siamo ancora lontani dalla catastrofe. Ma i sintomi di una crisi strategica sono già evidenti”. La questione centrale, conclude Bortnik, è se Kiev riuscirà a costruire una strategia sostenibile mentre le politiche americana ed europea non sono più automaticamente allineate e “la Russia si sta adattando più rapidamente di quanto molti si aspettassero”.
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