> > Hantavirus Andes, cosa sapere per individuare i casi sospetti

Hantavirus Andes, cosa sapere per individuare i casi sospetti

Hantavirus Andes, cosa sapere per individuare i casi sospetti

Hantavirus Andes, focus sul focolaio della Mv Hondius e sulle raccomandazioni pratiche per la diagnosi sospetta e l'isolamento dei pazienti

Il recente focolaio collegato alla nave da crociera Mv Hondius, con 11 casi accertati di positività, ha riportato sotto i riflettori l’Andes virus, un ceppo di hantavirus che richiede attenzione specifica da parte dei clinici. Pur non essendo considerato capace di scatenare una pandemia globale, questo virus può dare origine a epidemie locali, soprattutto in contesti di viaggi internazionali e di contatti prolungati tra persone.

Per questo motivo la Società Italiana di Medicina Interna (Simi) ha predisposto un dossier pubblicato su European Journal of Internal Medicine rivolto a medici internisti e di medicina generale.

Il documento nasce con l’obiettivo di trasformare conoscenze tecniche in azioni cliniche immediate, fornendo indicazioni su riconoscimento, isolamento e invio dei campioni per la conferma diagnostica.

In mancanza di test rapidi disponibili sul territorio, la prontezza nell’identificare un quadro sospetto basato su segni clinici ed elementi epidemiologici è fondamentale per limitare la trasmissione e proteggere pazienti e operatori sanitari.

Caratteristiche dell’Andes virus e modalità di trasmissione

L’Andes virus è una variante di hantavirus presente soprattutto nei roditori del sud dell’Argentina e del Cile.

A differenza di altri orthohantavirus, esso è l’unico per cui siano state documentate catene di trasmissione interumana in condizioni di contatto stretto e prolungato, con possibile diffusione tramite goccioline respiratorie. La contaminazione primaria avviene quando particelle virali vengono rilasciate da saliva, urina o feci del roditore e, se queste deiezioni si seccano, possono generare aerosol inalabili.

Vie di contagio e periodo di latenza

Il virus può contaminare l’uomo tramite l’inalazione di aerosol prodotti dalle deiezioni oppure, in rari casi, per morso diretto del roditore. Il periodo di incubazione è variabile: può durare dai sette-nove giorni fino a oltre sei settimane, tempo durante il quale il paziente non è considerato contagioso; la contagiosità aumenta con l’esordio della sintomatologia. I primi sintomi sono spesso aspecifici e simili a quelli di un’influenza, ma l’evoluzione può portare a un grave danno vascolare che coinvolge l’endotelio e determinare una sindrome cardiopolmonare potenzialmente letale.

Implicazioni cliniche e raccomandazioni operative

Data l’assenza di test rapidi diffusi, la diagnosi iniziale resta clinica e epidemiologica: la presenza di febbre con sintomi respiratori in un paziente con storia di viaggio su navi o aerei dove sono stati segnalati contagi deve far scattare immediatamente i protocolli di controllo. È consigliato trasferire il paziente verso un reparto di Malattie infettive dotato di camere singole e, ove possibile, di isolamento a pressione negativa per ridurre il rischio di diffusione nosocomiale.

Gestione dei campioni e conferma diagnostica

La conferma di infezione richiede indagini di laboratorio capaci di rilevare anticorpi specifici o il genoma virale (RNA). In Italia la diagnosi confermativa è affidata all’Istituto Superiore di Sanità, centro di riferimento nazionale per questi esami, mentre l’organizzazione di laboratori territoriali è in corso. Fino alla ricezione dell’esito di laboratorio, le misure di contenimento e la protezione degli operatori sanitari restano prioritarie.

Preparazione dei medici e ruolo della formazione

Secondo gli autori del dossier, tra cui il docente e internista Emanuele Durante Mangoni, la lezione più grande della recente pandemia è stata l’importanza della prontezza clinica. Conoscere le specificità dell’Andes e i segnali che ne suggeriscono la presenza non è solo una buona pratica, ma una necessità per la sicurezza pubblica. Il materiale messo a disposizione dalla Simi è pensato come strumento di studio e riferimento rapido per i reparti di medicina generale e interna che, spesso, sono i primi a gestire i casi sospetti.

In conclusione, la sorveglianza clinica, l’adozione tempestiva di protocolli di isolamento e la collaborazione con i laboratori di riferimento rappresentano le leve principali per contenere focolai di hantavirus Andes. Formazione, attenzione agli elementi epidemiologici e percorsi chiari per l’invio dei campioni sono indispensabili per trasformare la conoscenza in intervento efficace e proteggere la salute della collettività.