Negli ultimi anni le raccomandazioni pubbliche hanno promosso almeno 150 minuti di attività moderata o intensa a settimana come soglia minima per la salute cardiaca. Tuttavia, una nuova analisi suggerisce che questa soglia garantisce solo una riduzione modesta del rischio di eventi cardiovascolari. I dati presi in esame confrontano il volume settimanale di esercizio con la forma cardiorespiratoria, valutata attraverso il VO2 max, per stimare quanto effettivamente bisogna muoversi per proteggere cuore e cervello.
Metodi e disegno dello studio
Lo studio, condotto da ricercatori della Università Politecnica di Macao, ha utilizzato dati osservazionali provenienti dalla UK Biobank. Sono stati analizzati 17.088 partecipanti che, per sette giorni consecutivi, hanno indossato un dispositivo al polso per registrare l’attività fisica quotidiana e hanno svolto un test in bicicletta per stimare il loro VO2 max.
Nel modello statistico sono stati considerati fattori come fumo, consumo di alcol, alimentazione percepita, indice di massa corporea, frequenza cardiaca a riposo e pressione arteriosa, per non sovrastimare l’effetto dell’attività fisica.
Campione e caratteristiche
Il campione aveva un’età media di 57 anni, con il 56% di donne e il 96% di partecipanti di etnia bianca.
Durante un follow-up medio di 7,8 anni si sono registrati 1.233 eventi cardiovascolari, comprensivi di 874 casi di fibrillazione atriale, 156 infarti miocardici, 111 insufficienze cardiache e 92 ictus. Questi numeri hanno permesso di stimare l’associazione tra quantità di movimento e rischio di eventi clinici maggiori.
Risultati principali: quanto è davvero necessario?
Secondo l’analisi, rispettare la soglia di 150 minuti a settimana corrisponde a una riduzione del rischio cardiovascolare contenuta, intorno all’8-9%, effetto osservato a tutti i livelli di forma fisica. Per ottenere una diminuzione considerata «sostanziale» (oltre il 30%), lo studio stima che siano necessari tra 560 e 610 minuti di attività di intensità moderata o vigorosa la settimana. Tale volume equivale a tre-quattro volte le raccomandazioni attuali e, nel campione analizzato, era raggiunto solo dal 12% dei partecipanti.
Variazioni in base alla forma fisica
La forma cardiorespiratoria gioca un ruolo chiave: chi è meno allenato necessita di un carico maggiore per ottenere lo stesso beneficio. Per esempio, per ottenere una riduzione del rischio del 20% lo studio stima che le persone con il livello di forma fisica più basso abbiano bisogno di circa 370 minuti settimanali, mentre quelle con la forma più elevata possono ottenere lo stesso risultato con circa 340 minuti. In pratica, chi parte da livelli di fitness più bassi deve aggiungere circa 30-50 minuti alla settimana rispetto ai più allenati.
Implicazioni pratiche e limiti dell’analisi
I risultati invitano a riconsiderare le linee guida attuali, suggerendo che il riferimento dei 150 minuti rappresenti un livello minimo di protezione e non il target ottimale per la riduzione del rischio cardiovascolare. Tuttavia, gli autori sottolineano i limiti intrinseci: si tratta di uno studio osservazionale, per cui non si può dimostrare un rapporto di causa-effetto, e il campione potrebbe essere più sano rispetto alla popolazione generale. Inoltre non sono stati misurati con precisione il tempo trascorso in attività sedentarie né l’esercizio di intensità molto bassa.
Verso raccomandazioni più personalizzate
Gli autori propongono che le future linee guida distinguano tra un volume minimo di esercizio per una protezione di base e volumi più elevati necessari per una riduzione ottimale del rischio cardiovascolare. In termini pratici, questo significa promuovere obiettivi differenziati e personalizzati in funzione del livello di fitness individuale, con strategie di progressione graduale per chi è meno allenato, così da rendere sostenibile l’aumento del tempo dedicato all’attività fisica.
Conclusione
In sintesi, muoversi regolarmente rimane fondamentale per la salute del cuore, ma i numeri suggeriscono che per una protezione rilevante contro infarto e ictus potrebbe essere necessario dedicare molto più tempo all’esercizio rispetto alle attuali raccomandazioni. La sfida è trasformare questi dati in consigli pratici e sostenibili, calibrati sulla forma cardiorespiratoria e sulle condizioni individuali di ciascuno.