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Senza medico di base: tre milioni di italiani (già oggi) cercano cure altrove

senza medico di base tre milioni di italiani gia oggi cercano cure altrove

Non è uno scenario futuro: è già la realtà di chi vive in certi quartieri di periferia, in molti comuni dell'entroterra, in ampie zone del Sud. Il medico di famiglia manca, e il cittadino si arrangia a proprie spese.

Si chiama “orphan patient” nella letteratura anglosassone, letteralmente paziente orfano. In Italia non abbiamo nemmeno un termine ufficiale per definirlo, ma il fenomeno esiste ed è in crescita: sono gli assistiti che risultano formalmente iscritti al Servizio sanitario nazionale, ma che di fatto non hanno un medico di medicina generale disponibile, o ne hanno uno con un carico di pazienti così alto da rendere l’accesso quasi impossibile.

Secondo le stime della Fondazione Gimbe, sono già oggi oltre tre milioni i cittadini italiani in questa condizione… e il numero è destinato a salire.

Una mappa della desertificazione

La carenza non è distribuita in modo uniforme sul territorio, le aree più colpite seguono una geografia precisa: i comuni montani e i piccoli centri dell’Appennino centro-meridionale, le periferie delle grandi città del Nord (dove la densità abitativa è alta ma i medici scarseggiano), e ampie zone della Sicilia, della Calabria e della Sardegna interna.

I dati AGENAS, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, mostrano che in alcune ASL del Sud il rapporto tra medici di medicina generale e popolazione assistita supera già oggi i 1.800 pazienti per medico, a fronte di un massimale teorico di 1.500. In alcune zone della Lombardia periurbana la situazione non è molto diversa.

La conseguenza diretta è quella che gli epidemiologi chiamano “rinuncia alle cure”: il paziente che non riesce a ottenere un appuntamento in tempi ragionevoli, o che non ha affatto un medico assegnato, semplicemente non si cura; oppure si rivolge al pronto soccorso per patologie che potrebbero essere gestite in ambulatorio.

Il pronto soccorso come medico di base

Il sovraffollamento dei pronto soccorso italiani è uno dei temi più discussi nella sanità pubblica degli ultimi anni. Meno discusso è quanto di quel sovraffollamento dipenda direttamente dalla carenza di medicina territoriale.

Uno studio pubblicato dal Programma nazionale esiti dell’AGENAS ha stimato che tra il 25 e il 30% degli accessi in pronto soccorso, classificati come codici bianchi o verdi, potrebbero essere gestiti da un medico di medicina generale. Visite per febbre, dolori muscolari, rinnovi di terapie croniche, richieste di certificati: tutto ciò che finisce in PS semplicemente perché il paziente non ha altro punto di accesso al sistema.

Il costo per il SSN di una visita in pronto soccorso è strutturalmente più alto di una visita ambulatoriale. Il costo umano -ore di attesa, stress, esposizione a contagi- lo paga il cittadino.

Chi sono i più vulnerabili

La carenza di medici di base non colpisce tutti allo stesso modo. I più esposti sono tre categorie: gli anziani con patologie croniche multiple, i bambini in età prescolare e scolare, e gli stranieri regolari iscritti al SSN, ma spesso ignari delle procedure per trovare un medico disponibile.

Per un paziente anziano con ipertensione, diabete e una cardiopatia, il medico di famiglia non è un optional: è il regista dell’intero percorso di cura, quello che coordina gli specialisti, gestisce le terapie, decide quando è il caso di ricoverare e quando no. La sua assenza si traduce in ricoveri inappropriati, duplicazione di esami, interazioni farmacologiche non monitorate.

La Fondazione Gimbe ha documentato come la cosiddetta “aderenza terapeutica” -la percentuale di pazienti cronici che seguono correttamente le terapie prescritte- crolli in maniera significativa nelle aree a bassa densità di MMG. Non perché i pazienti siano meno diligenti, ma perché senza un riferimento medico stabile il follow-up semplicemente non avviene.

Il 2035: quando il problema diventa emergenza

Se la situazione attuale è già critica, le proiezioni demografiche sulla professione medica proiettano uno scenario più preoccupante. Tra il 2026 e il 2035, secondo i dati della FIMMG, circa 20.000 medici di medicina generale raggiungeranno l’età pensionabile. Non tutti lasceranno subito, ma la tendenza è chiara.

Le Scuole di specializzazione in medicina generale faticano a coprire il fabbisogno: i contratti di formazione disponibili negli ultimi anni sono stati insufficienti rispetto alle uscite previste, e la professione stenta ad attrarre i giovani medici, che spesso preferiscono la specialistica ospedaliera o  l’estero.

Il risultato è una forbice che si apre: più pazienti anziani e cronici che necessitano di cure primarie continue, meno medici disponibili a erogarle.

Cosa serve davvero

Il dibattito sulla riforma della medicina generale si è incagliato sul contratto – dipendenza sì o no, convenzione riformata o no. Ma per il cittadino che oggi non ha un medico di famiglia, quella è una discussione astratta.

Quello che serve, nell’immediato, è un piano straordinario di copertura delle aree scoperte, con incentivi economici reali per i medici disposti a lavorare nei comuni a bassa attrattività, con un potenziamento delle borse di specializzazione, e con una mappatura aggiornata e pubblica delle zone a rischio desertificazione sanitaria.

La riforma strutturale può aspettare un anno. I tre milioni di pazienti senza medico, no.

Fonti: Fondazione Gimbe, AGENAS – Programma Nazionale Esiti, FIMMG, Ministero della Salute – Annuario statistico del SSN.