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Ministro israeliano irrompe ad Al-Aqsa: crescono le proteste e le incursioni dei coloni

Ministro israeliano irrompe ad Al-Aqsa: crescono le proteste e le incursioni dei coloni

Il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir ha fatto irruzione nel complesso di Al-Aqsa accompagnato da coloni e polizia, scatenando dure reazioni politiche e religiose

Il recente ingresso del ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir nel complesso di Al-Aqsa a Gerusalemme Est ha riacceso tensioni già profonde tra autorità israeliane e leadership palestinese. Accompagnato da gruppi di coloni e sotto la protezione di pesanti schieramenti di forze israeliane, il ministro ha attraversato le corti del sito sacro, gesto che molti hanno interpretato come una sfida diretta al status quo esistente.

La visita è avvenuta in un contesto segnato da restrizioni precedenti: il complesso era rimasto chiuso al pubblico per 40 giorni dopo l’avvio della guerra su cui le autorità israeliane hanno motivato le chiusure, e le celebrazioni di Eid al-Fitr sono state impedite quest’anno, un fatto che i palestinesi definiscono senza precedenti dall’occupazione del 1967.

Nel frattempo sono proseguite le operazioni negli altri Territori, con almeno 18 arresti recenti in Cisgiordania e feriti durante incursioni a Nablus e nel campo profughi di Dheisheh.

Reazioni politiche e religiose

La mossa di Ben-Gvir ha provocato una catena di condanne: dall’Autorità Palestinese alla Giordania, fino a organizzazioni regionali e internazionali. Il governo giordano ha definito l’ingresso come una violazione del status quo e una «desecratione della sacralità» del luogo, mentre la presidenza palestinese ha parlato di palese infrazione del quadro storico e giuridico che regola l’accesso e l’amministrazione del sito. Anche gruppi come Hamas e istituzioni religiose hanno bollato l’azione come una provocazione deliberata.

Accuse di alterazione della gestione del sito

Critiche acute provengono da istituti come l’Al-Quds International Institution, che denuncia una strategia volta a trasformare Al-Aqsa in uno spazio «condiviso» per giustificare una progressiva giudaizzazione del complesso. Secondo queste analisi, politiche come l’ingresso di ministri estremisti o l’aumento delle finestre di accesso per i coloni rischiano di estromettere il Waqf islamico, l’ente riconosciuto responsabile della gestione religiosa e amministrativa, e di aprire la porta a cambiamenti permanenti nella sovranità e nell’uso del luogo.

Proposte di riapertura e impatto pratico

Parallelamente alle incursioni, la polizia israeliana ha elaborato un piano per riaprire il complesso prevedendo finestre d’accesso controllate, con la proposta di ammettere fino a 150 persone per volta, siano esse musulmane o gruppi di coloni israeliani. Questa misura, che necessita ancora dell’avallo della Corte Suprema, è stata criticata come una normalizzazione delle incursioni dei coloni, poiché verrebbe mantenuto il divieto generalizzato che ha tenuto lontani i fedeli musulmani per settimane.

Dettagli operativi e precedenti

Prima della chiusura forzata legata alle tensioni regionali, gli ingressi dei coloni erano già una pratica diffusa, solitamente organizzata in due turni giornalieri. Recenti rapporti indicano che le autorità hanno esteso tali finestre di ingresso di 30 minuti, un cambiamento apparentemente tecnico ma con impatti simbolici e pratici rilevanti: in una vasta area di 144.000 metri quadrati, ammettere 150 persone non equivale a ripristinare l’accesso di massa dei fedeli, ma piuttosto a favorire presenze limitate e controllate che possono alterare l’uso rituale degli spazi sacri.

Operazioni e conseguenze nei Territori occupati

Le incursioni e le misure sul Monte del Tempio/Al-Aqsa si inseriscono in un quadro più ampio di operazioni israeliane in Cisgiordania e a Gaza. In azioni recenti sono state arrestate almeno 18 persone, di cui sei nel campo profughi di Dheisheh, mentre scontri a Nablus hanno provocato feriti, tra cui un bambino. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) segnala che, dall’ottobre 2026, oltre 1.100 palestinesi sono stati uccisi da forze israeliane e da coloni nella Cisgiordania occupata, con migliaia di persone costrette all’evacuazione.

Queste dinamiche sono aggravate da un contesto regionale complesso, che comprende conflitti e tensioni con Iran e Libano, utilizzati da alcune parti come giustificazione per misure di sicurezza che però incidono in modo duraturo sulla libertà di culto e sulla gestione dei luoghi santi.

Verso quale evoluzione?

Il gesto pubblico di un ministro così polarizzante come Itamar Ben-Gvir solleva interrogativi concreti sul futuro del complesso: la possibilità di un aumento delle incursioni, la marginalizzazione del Waqf e la crescente presenza di gruppi ultranazionalisti possono accelerare trasformazioni difficili da invertire. Nonostante le proteste regionali e le condanne internazionali, al momento non risulta una risposta ufficiale risolutiva dall’ufficio del primo ministro, lasciando aperto il rischio di ulteriori escalation sia sul piano religioso che su quello della sicurezza quotidiana dei civili.