Il governo sudafricano ha annunciato il rientro di alcuni suoi cittadini che, dopo essere stati lusingati con offerte di lavoro e formazione, si sono invece ritrovati coinvolti in combattimenti in Ucraina. Contatti diretti tra il presidente Cyril Ramaphosa e il presidente russo Vladimir Putin hanno consentito di riportare a casa diverse persone, mentre Pretoria ha aperto un’inchiesta per capire come siano finiti lì e chi li abbia reclutati.
Come avveniva il reclutamento
Secondo le segnalazioni, molti dei coinvolti avevano firmato contratti che promettevano stipendi elevati e corsi di formazione professionale. In realtà, quelle promesse si sono trasformate in impieghi in prima linea nella regione del Donbas. Le denunce sollevano il problema delle offerte di lavoro all’estero non verificate e di reti che sfruttano la vulnerabilità economica di chi cerca opportunità fuori dal paese. Le autorità vogliono ora ricostruire il ruolo di eventuali intermediari e i canali usati per attrarre le vittime.
Come si è svolta l’evacuazione
Il rimpatrio è stato articolato in più fasi: un primo gruppo di quattro persone è tornato direttamente in Sudafrica; altre undici sono state evacuate verso territorio russo e sono in attesa di rientrare; due persone risultano ancora sul posto. Secondo il governo, il recupero è stato possibile grazie al coordinamento diplomatico tra Pretoria e Mosca, con il presidente Ramaphosa che ha chiesto assistenza consolare per facilitare i trasferimenti.
Coordinamento e supporto logistico
La mediazione ha previsto la messa in sicurezza dei cittadini e l’istituzione di punti di raccolta gestiti dalle autorità locali. Sono stati eseguiti controlli documentali e predisposti mezzi per il trasferimento. Il ministero degli Esteri sudafricano ha seguito pratiche consolari, visti e trasporti, mentre lo Stato ha assicurato supporto legale e assistenza consolare a chi è stato ingannato.
Quadro giuridico e accertamenti sulle responsabilità
L’inchiesta punta a chiarire le modalità del reclutamento e a stabilire eventuali responsabilità penali. In base alla legislazione sudafricana, partecipare a formazioni armate estere senza autorizzazione può configurare reato. Le autorità vogliono accertare se si sia trattato di tratta di esseri umani o di casi di reclutamento illegale, oppure se alcuni dovranno rispondere di aver preso parte ad attività paramilitari all’estero. Gli investigatori stanno esaminando contratti, documenti di viaggio e flussi finanziari per risalire a possibili agenzie o intermediari coinvolti.
Aspetti sanitari e psicologici
I racconti dei rientrati descrivono condizioni difficili: alcuni riportano ferite da combattimento e in almeno due casi sono state segnalate lesioni permanenti, inclusa un’amputazione. Le famiglie — in province come KwaZulu-Natal — hanno ricevuto i propri cari con sollievo, ma preoccupate per il lungo percorso di riabilitazione fisica e psicologica. Per questo motivo il governo ha predisposto programmi di assistenza medica e sostegno psicologico, invitando gli specialisti a valutazioni cliniche approfondite per riconoscere eventuali segni di coercizione e garantire protezione immediata a chi ne ha bisogno.
Contesto e implicazioni politiche
Il caso porta alla luce tensioni che vanno oltre i singoli rientri: riapre il dibattito sulle reti transnazionali che sfruttano la situazione economica e legale di persone vulnerabili, e sulle conseguenze diplomatiche quando cittadini finiscono in conflitti esteri. Il coinvolgimento diretto dei vertici politici nella negoziazione del rimpatrio evidenzia anche la delicatezza delle relazioni regionali e internazionali in gioco.
Prossimi passi
Il governo ha dichiarato che proseguirà con le procedure di rimpatrio non appena saranno completati gli accertamenti amministrativi e le verifiche in corso. L’indagine dovrà chiarire responsabilità e modalità del reclutamento, mentre le autorità continuano a offrire assistenza legale, sanitaria e consolare ai rientrati e alle loro famiglie.