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Scontri transfrontalieri tra Afghanistan e Pakistan: esplosioni e repliche

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Forti esplosioni hanno scosso Kabul dopo dichiarazioni di attacchi aerei; combattimenti lungo il confine a Torkham hanno coinvolto anche Kandahar, Paktia e campi di rimpatriati, con accuse incrociate su perdite e colpi contro civili

Esplosioni notturne a Kabul
La notte a Kabul è stata spezzata da una serie di esplosioni che hanno spaventato abitanti, giornalisti e testimoni. Secondo reporter dell’Afp e residenti locali, si sono uditi fino a otto boati; a ciascuna detonazione sono seguite raffiche di arma da fuoco e il rombo di aerei militari in volo. I talebani, tramite il loro portavoce Zabihullah Mujahid su X, hanno parlato di attacchi aerei pakistani e hanno riferito che i raid hanno colpito anche le province di Kandahar e Paktia. Le informazioni arrivano dalle comunicazioni ufficiali del movimento e dalle testimonianze raccolte sul posto, ma la situazione sul campo resta frammentata e difficile da verificare in modo indipendente.

Frontiera di Torkham: scontri e spostamenti
Al valico strategico di Torkham, al confine tra Afghanistan e Pakistan, gli scontri transfrontalieri si sono intensificati, spingendo molti civili a muoversi in cerca di sicurezza. Testimoni riferiscono di colpi e bombardamenti nelle prime ore del giorno; le azioni hanno riguardato postazioni lungo la linea di confine e hanno aumentato la tensione nei punti di passaggio. Le forze di sicurezza hanno concentrato truppe lungo la frontiera e hanno limitato l’accesso dei giornalisti per motivi di sicurezza.

Nonostante il confine fosse in gran parte chiuso dopo precedenti incidenti, il valico è rimasto transitabile per numerosi afghani rientrati dal Pakistan, creando pressioni sui punti di controllo e sulle strutture d’accoglienza vicine. Molti hanno trovato rifugio in prossimità del valico o in campi temporanei; operatori umanitari raccontano di difficoltà logistiche nella distribuzione degli aiuti e nella registrazione dei nuovi arrivi. Le autorità non hanno ancora fornito un bilancio definitivo dei civili coinvolti.

Il campo di Omari e la crisi umanitaria
Anche il campo di Omari, destinato ai rimpatriati, è stato colpito durante gli scontri notturni, costringendo intere famiglie a fuggire. Le evacuazioni sono state effettuate in condizioni di emergenza e, secondo gli operatori sul posto, il coordinamento degli aiuti è ostacolato dalla prosecuzione degli attacchi. La popolazione civile rimane esposta a rischi immediati: la presenza di sfollati, la pressione sulle strutture di accoglienza e la difficoltà di accesso per i soccorsi aggravano una situazione già fragile.

Toni bellicosi e dichiarazioni ufficiali
Il clima diplomatico si è irrigidito: il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha scritto su X che la pazienza del Pakistan «ha raggiunto il limite», evocando persino l’ipotesi di una «guerra aperta» contro il governo talebano. Il primo ministro Shehbaz Sharif ha ribadito che l’esercito è pronto a «schiacciare ogni ambizione aggressiva», sottolineando il pieno sostegno politico alle forze armate. Frasi come queste contribuiscono a innalzare la tensione e a complicare ogni tentativo di disinnescare la crisi.

Numeri contrastanti e accuse reciproche
Le cifre sulle perdite sono discordanti e difficili da verificare indipendentemente. Il governo pakistano parla di 133 combattenti talebani uccisi e oltre 200 feriti, oltre alla distruzione o cattura di numerosi mezzi e depositi. I talebani forniscono invece numeri molto diversi, sostenendo che le perdite pakistane siano inferiori e che vi siano deceduti anche combattenti afghani. Fonti esterne, come la BBC, riportano dati ancora differenti — ad esempio la morte di due soldati pakistani — il che rende problematica una ricostruzione univoca degli eventi. Queste discrepanze impongono cautela e la necessità di confrontare più fonti prima di trarre conclusioni.

Accuse di attacchi ai civili
I talebani hanno anche accusato le forze pakistane di aver colpito con missili un campo di sfollati nella provincia di Nangarhar, provocando il ferimento di 13 civili, tra cui donne e bambini. Al momento tali affermazioni non risultano confermate da osservatori indipendenti. L’episodio, se verificato, evidenzia il rischio concreto di danni collaterali alla popolazione e la fragilità delle garanzie per i civili nelle aree di confine.

Sforzi diplomatici e prospettive regionali
Di fronte alla crescente preoccupazione per le ricadute umanitarie, attori regionali hanno offerto mediazione. L’Iran, tramite il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha proposto assistenza nei negoziati volti a de-escalare la situazione, suggerendo canali di comunicazione diretti e verificabili. L’intervento di potenze vicine riflette la consapevolezza che una prolungata contesa al confine potrebbe avere effetti destabilizzanti oltre alle aree immediatamente coinvolte.

Prossimi sviluppi
È atteso un calendario per incontri tecnici volti a verificare i fatti e a cercare vie per ridurre la tensione. Nel frattempo, il terreno rimane fluido: la crisi ha una duplice dimensione, militare e umanitaria, e la priorità resta proteggere le comunità vulnerabili. Rapporti indipendenti di monitoraggio e i risultati delle riunioni diplomatiche saranno determinanti per chiarire responsabilità, bilanci delle vittime e prospettive di stabilizzazione.