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I recenti colloqui tra Iran e Stati Uniti in Svizzera si sono chiusi senza un accordo definitivo, mostrando al contempo aperture e divisioni marcate. La delegazione statunitense ha posto richieste percepite come molto stringenti, mentre Teheran ha ribadito la volontà di salvaguardare il programma nucleare civile, dichiarando disponibilità a trattare su aspetti tecnici ma escludendo soluzioni radicali. Nel mezzo operano i mediatori e l’Agenzia internazionale, che continuano a esplorare percorsi di compromesso e soluzioni tecniche per ridurre le distanze tra le parti.
Le posizioni contrapposte emerse a Ginevra
Dopo i colloqui, i mediatori e l’Agenzia internazionale continuano a esplorare percorsi di compromesso. Secondo fonti vicine alla delegazione statunitense, rappresentanti collegati all’Amministrazione Trump hanno avanzato condizioni che alcuni partecipanti hanno definito un ultimatum. Tra le richieste principali figuravano la demolizione dei tre siti di ricerca e arricchimento di Fordow, Natanz e Isfahan. È stata inoltre chiesta la consegna di tutto l’uranio arricchito residuo agli Stati Uniti. Questa impostazione equivaleva, per più osservatori, a un azzeramento del programma nucleare iraniano. Secondo fonti presenti, la proposta è risultata inaccettabile per la delegazione iraniana, complicando le prospettive di un accordo a breve termine.
La controffensiva diplomatica di Teheran
Dopo il rifiuto della proposta giudicata inaccettabile dalla delegazione iraniana, Teheran ha formalmente escluso la distruzione di impianti registrati e soggetti a garanzie internazionali. Il ministero degli Esteri ha ribadito il diritto all’energia nucleare pacifica e ha segnalato l’emergere di elementi comuni utili per un possibile accordo, pur evidenziando divergenze significative tra le parti. L’Iran richiede che qualsiasi misura tecnica, inclusa la diluizione dell’uranio, avvenga all’interno del proprio territorio e sotto il controllo dell’AIEA, con la revoca preliminare delle sanzioni come condizione imprescindibile per negoziati seri. Le delegazioni e i mediatori proseguiranno i colloqui alla ricerca di formule tecniche e giuridiche condivisibili.
Il ruolo dei mediatori e la road map verso Vienna
Gli intermediari diplomatici, con l’Oman in qualità di facilitatore, hanno segnalato la prosecuzione dei contatti tra capitali e la pianificazione di incontri tecnici a Vienna. Secondo le fonti, le riunioni avranno lo scopo di tradurre le proposte politiche in misure operative e verificabili, definendo criteri di controllo e modalità di attuazione con il supporto dell’AIEA. I mediatori sottolineano la complessità del negoziato e la necessità che le parti accettino compromessi concreti e sequenze negoziali credibili. Le delegazioni proseguiranno i colloqui per concordare i parametri tecnici utili alla verifica e all’implementazione degli accordi.
Questioni tecniche sul tavolo
Sul tavolo restano questioni tecniche concrete che influiranno sull’attuazione degli accordi. Le delegazioni valuteranno limiti quantitativi e condizioni operative necessari per la verifica.
Le discussioni dovranno definire la quantità e lo stato dell’uranio arricchito, le modalità di ispezione e le procedure per la sostituzione di materiali sensibili senza compromettere la sovranità nazionale. Inoltre dovrà essere chiarito il ritmo e la natura delle misure di fiducia, ossia azioni che consentono alle parti di verificare la buona fede reciproca senza imporre condizioni percepite come unilaterali.
I negoziati mirano a tradurre questi parametri in procedure operative concrete, con tempi e responsabilità chiaramente assegnati alle controparti e agli organismi di monitoraggio.
Lo spettro dell’opzione militare e le dinamiche regionali
Nel prosieguo delle negoziazioni, la discussione sulle contromisure si è estesa alle alternative più estremi, comprese quelle di carattere militare. Gli interlocutori valutano scenari che comportano rischi significativi per la stabilità regionale. Gli esperti segnalano che ogni decisione militare potrebbe innescare reazioni a catena difficili da controllare. La priorità resta trasformare gli accordi politici in procedure operative concrete, come indicato nelle fasi precedenti, con ruoli e tempi definiti per le controparti e gli organismi di monitoraggio.
Negli ambienti decisionali statunitensi e israeliani si discute apertamente dell’opzione militare come misura residuale. Alcuni consiglieri ritengono che un attacco preventivo israeliano potrebbe provocare una risposta iraniana utile a legittimare un intervento più ampio. Altri ritengono invece probabile una cooperazione diretta tra Stati Uniti e Israele. In ogni ipotesi, gli analisti evidenziano l’alto rischio di escalation, vittime e un peggioramento delle tensioni regionali. I prossimi sviluppi dipenderanno dall’esito dei contatti diplomatici e dalle valutazioni sui costi operativi e politici delle varie opzioni.
Il quadro rimane duplice: da una parte persiste l’apertura a una negoziazione tecnica con il coinvolgimento dell’AIEA, dall’altra permangono richieste politiche stringenti che ostacolano una soluzione immediata. I prossimi incontri a Vienna determineranno se prevarrà la via diplomatica o se il confronto si polarizzerà ulteriormente verso scenari più rischiosi. L’esito influenzerà le valutazioni sui costi operativi e politici delle opzioni ancora sul tavolo e guiderà le decisioni della comunità internazionale sui passi successivi.