> > uso intensivo dei social e solitudine tra studenti: cosa dice la ricerca

uso intensivo dei social e solitudine tra studenti: cosa dice la ricerca

uso intensivo dei social e solitudine tra studenti cosa dice la ricerca 1771306795

una ricerca su studenti tra i 18 e i 24 anni mette in luce come l'uso intensivo dei social media sia associato a un aumento significativo della solitudine e quali interventi potrebbero aiutare a invertire la tendenza

Sempre più studenti universitari dichiarano di sentirsi soli, nonostante vivano immersi in reti digitali più fitte che mai. Un’indagine su quasi 65.000 giovani tra i 18 e i 24 anni, provenienti da oltre 120 college, mette in luce un paradosso: grande connessione online ma frequente senso di isolamento. I partecipanti hanno compilato questionari standardizzati che valutano quanto spesso si percepiscono esclusi, privi di compagnia o emotivamente distaccati, offrendo così uno scatto fedele della loro vita sociale nella prima età adulta.

I numeri che contano
Lo studio, pubblicato sul Journal of American College Health, rivela che circa il 54% degli intervistati riferisce di provare solitudine. Analizzando il tempo dedicato ai social media, emerge una tendenza netta: la probabilità di sentirsi soli cresce con le ore settimanali online. A partire da circa 16 ore a settimana si osserva un aumento del rischio: chi usa i social 16–20 ore presenta un rischio superiore del 19% rispetto ai non utenti; la percentuale sale al 23% per 21–25 ore, al 34% per 26–30 ore e raggiunge il +38% per chi supera le 30 ore settimanali. Questi dati suggeriscono un’associazione misurabile tra uso intensivo delle piattaforme digitali e disagio percepito.

Chi è più vulnerabile
Il fenomeno non colpisce tutti allo stesso modo. Chi vive con la famiglia segnala livelli più alti di solitudine rispetto a chi risiede nei campus, mentre i membri di confraternite e sororities appaiono mediamente meno isolati, probabilmente per le maggiori occasioni di socializzazione in presenza. Differenze emergono anche tra gruppi razziali e modalità di frequenza: la solitudine si intreccia con fattori socio-demografici, mostrando che non si tratta di un problema uniforme ma stratificato. Per questo servono analisi mirate e interventi pensati per i sottoinsiemi più a rischio.

Causa o conseguenza?
Gli autori — tra cui Madelyn Hill (Ohio University) e Ashley L. Merianos (University of Cincinnati) — sottolineano che dai dati non si può inferire un nesso causale. Due spiegazioni plausibili coesistono: un uso intensivo dei social potrebbe ridurre il tempo e la qualità delle interazioni faccia a faccia, favorendo l’isolamento; al contrario, chi si sente solo potrebbe collegarsi di più online in cerca di supporto. Inoltre, il ricorso ad autovalutazioni del tempo trascorso sui social può introdurre errori di stima, quindi i risultati vanno interpretati con prudenza.

Conseguenze per la salute mentale
La letteratura esistente collega l’isolamento a un aumento del rischio di depressione, e la prima età adulta è un periodo particolarmente sensibile per le transizioni relazionali. Intervenire in questa fase può avere effetti duraturi sul benessere psicologico. Per questi motivi, gli autori propongono di considerare la solitudine nei campus come una questione di salute pubblica e di sviluppare studi longitudinali e misure di valutazione più precise.

Cosa possono fare le università
Le istituzioni accademiche hanno strumenti concreti per contrastare il problema. Tra le proposte: campagne informative sui possibili effetti dell’uso eccessivo dei social, laboratori pratici per la gestione del tempo digitale e l’organizzazione sistematica di eventi in presenza. Promuovere attività collettive e spazi di socialità favorisce la nascita di reti di supporto offline, spesso decisive per ridurre il senso di isolamento. È utile inoltre integrare servizi di orientamento psicologico e formazione specifica per docenti e personale amministrativo.

Suggerimenti per gli studenti
Anche i singoli possono adottare strategie semplici ma efficaci: fissare limiti realistici al tempo di connessione, privilegiare gli incontri faccia a faccia e riflettere consapevolmente sulle abitudini digitali. Dare priorità a interazioni reali — informali o organizzate attraverso iniziative universitarie — può contribuire a contenere la solitudine e a proteggere la salute mentale in una fase di vita ricca di cambiamenti.

Verso interventi più efficaci
Interventi che combinino informazione, formazione e opportunità di socialità sembrano i più promettenti. Per capire cosa funziona davvero, saranno però necessarie verifiche successive che misurino l’impatto delle misure adottate tanto sui comportamenti quanto sul benessere psicologico. Solo così si potranno calibrare azioni più mirate e utili per gli studenti.