E’ il caso di cui si parla da due giorni ovvero quello dell’uomo di 43 anni originario del Bangladesh che tra le corsie del minimarket da lui gestito, approfittando anche del buio, perché non pagava la luce da diversi mesi ha molestato una ragazzina minorenne di soli 13 anni e dopo una sola notte in carcere è stato scarcerato e dovrà firmare in attesa del processo.
La resipiscenza è il nuovo lasciapassare
Il molestatore è stato scarcerato perché secondo il giudice del tribunale di Torino l’uomo ha mostrato Resipiscenza – il termine sulla Treccani consiste nel ravvedersi e riconoscere la colpa commessa – questo comportamento è stato giudicato collaborativo.
Ma davvero basta dire “ho sbagliato, chiedo scusa e non lo faccio più” per non pagare adeguatamente il prezzo di un atto che sulla piccola vittima lascerà un trauma che non passerà per molto tempo, forse per il resto della sua vita.
Basta farsi impietosire perché era al primo atto penale, alla prima esperienza carceraria per accettare le scuse e non far fare più di 24 ore di galera ad un uomo che ha tutte le carte in regola per ricommettere l’atto.
La legge non è favorevole, vale di più la parola del giudice
Per la legge il comportamento attuato dal giudice è sbagliato, difatti a partire dal 2009 secondo l’articolo 275 comma 3 del codice penale, come riporta Il Corriere della Sera, la violenza sessuale deve essere punita con la pena massima ovvero il carcere.
Esistono anche misure meno impattanti come il braccialetto elettronico e i domiciliari, il primo non è stato nemmeno preso in considerazione ed il secondo non è attuabile perché il soggetto non ha una casa di proprietà.
Come detto dalla presidente dell’associazione D.i.Re Donne in Rete Cristina Carelli questo caso esclude dalla narrazione chi la violenza l’ha subita, venendo addirittura messa in secondo piano, come già capitato in altri casi, alcuni anche recentissimi, e ciò permette un qualcosa di ben peggiore – stigmatizzare, minimizzare un atto come quello della violenza sessuale – focalizzandosi solo su chi l’ha commesso e non su chi ne è vittima.
