Argomenti trattati
- La finanziarizzazione dell’economia: fare soldi con i soldi
- Big tech, come hanno monopolizzato la ricchezza globale
- Capitalismo digitale ed effimerizzazione del lavoro
- Rapporto Oxfam 2026, la ricchezza sale, la democrazia scende
- La società dello spettacolo: aumentano i like, diminuisce il senso
- Tutti vogliono fare gli influencer
C’è stato un tempo in cui le fabbriche producevano automobili, dischi, libri, pellicole, e il valore di un Paese si misurava nel suono delle sue sirene al mattino. Poi, in silenzio, abbiamo spento le macchine e acceso i server. È cominciata lì — tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta — la più grande rivoluzione silenziosa del nostro tempo: l’automazione dei processi produttivi e la digitalizzazione dei servizi.
Da allora, tutto ciò che era materia è diventato dato, e tutto ciò che era lavoro è diventato algoritmo. In pochi decenni, abbiamo assistito a un’ecatombe di settori: la musica sepolta dagli MP3 e poi da Napster nel 1999, i negozi di videocassette spazzati via dallo streaming, la pellicola di Kodak dissolta nei megapixel (la storica azienda dichiarò fallimento nel 2012), le edicole svuotate dal web, il commercio di prossimità travolto da Amazon.
Il digitale ha demolito intere filiere produttive — e con esse, comunità, mestieri, economie locali. E mentre gli algoritmi si prendevano tutto, Google introduceva le sue nuove funzioni di AI Overview, che rispondono direttamente alle domande degli utenti senza più rimandarli alle testate giornalistiche: un colpo diretto all’economia dell’informazione, che vede erodere traffico e ricavi pubblicitari da una macchina che spiega il mondo senza più bisogno dei giornalisti.
La finanziarizzazione dell’economia: fare soldi con i soldi
Nel frattempo, altrove, cresceva un nuovo fenomeno: quello della finanziarizzazione dell’economia. Già dalla metà degli anni Settanta, l’obiettivo del sistema produttivo aveva cominciato a mutare: non più creare valore, ma estrarlo. È iniziata così l’epoca del rent seeking, la ricerca della rendita, in cui il denaro non serve più a generare beni e servizi, ma a generare altro denaro. Il capitale smette di lavorare per l’impresa e inizia a lavorare per sé stesso.
Come ha ricordato di recente, al Salone della CSR di Milano, il professor Stefano Zamagni, padre dell’economia civile, lo spartiacque vero fu il Financial Services Modernization Act del 1999. Con quella legge, il presidente Bill Clinton, su pressione delle lobby di Wall Street, cancellò il Glass-Steagall Act del 1933 — la norma che per oltre sessant’anni aveva tenuto separate le banche commerciali dalle banche d’investimento.
Da quel momento, i risparmi delle famiglie poterono essere ufficialmente usati per speculare sui mercati. Le banche adottarono il cosiddetto modello “originate to distribute”, che trasferiva il rischio dal bilancio della banca al mercato e rese sistematico l’arbitraggio finanziario: in altre parole, si cominciò a fare soldi con i soldi.
Fu l’inizio della stagione del capitale senza confini, dell’economia che si autoalimenta e si consuma. E non è un caso se, meno di dieci anni dopo — nel 2008 — quella logica portò dritta al collasso dei mutui subprime e alla più grave crisi finanziaria globale dal 1929. Ma, nonostante ciò, la finanza ha continuato a muoversi su quel crinale, sempre più spregiudicata, mentre l’economia reale arrancava e la ricchezza si concentrava nelle mani di pochi.
Nel 2023, il volume globale di contratti di futures e opzioni ha raggiunto il record di 137,3 miliardi, segnando un incremento del 64% rispetto all’anno precedente. Questo rappresenta il sesto anno consecutivo di crescita record nel mercato globale dei derivati listati. Tale espansione evidenzia l’intensificarsi della speculazione finanziaria, con un aumento significativo delle transazioni ad alto rischio.
Big tech, come hanno monopolizzato la ricchezza globale
In parallelo, le società dominanti nel settore tecnologico hanno visto crescere esponenzialmente il loro valore di mercato. Ad esempio, Apple Inc. ha raggiunto una capitalizzazione di mercato di circa 3 trilioni di dollari, Amazon.com Inc. 1,1 trilioni, Alphabet Inc. (Google) 2,1 trilioni, Microsoft Corporation 2,8 trilioni e Meta Platforms Inc. 1,9 trilioni. Queste aziende non solo dominano i mercati, ma svolgono anche un ruolo centrale nell’allocazione dei capitali, spesso indirizzandoli verso attività speculative piuttosto che produttive.
Da lì, la linea di faglia si è allargata: l’automazione ha sostituito l’operaio, l’intelligenza artificiale ha sostituito il tecnico, il software ha sostituito il contabile. E mentre milioni di persone perdevano lavoro, ruolo e identità, la ricchezza si concentrava nelle mani di pochi.
Oggi i nuovi imperi, dunque, non sorgono su territori, ma su piattaforme. Non producono oggetti, ma intermediano desideri. Amazon, Google, Meta, Apple, Microsoft: oggi le cosiddette “Big Tech” controllano più valore di interi continenti. Nel solo caso di Amazon, nel 2024 i ricavi hanno superato 638 miliardi di dollari, con un utile netto di 59,2 miliardi e una crescita dell’11% in un solo anno. È la dimostrazione plastica di come, mentre la produzione reale si contrae, il potere dei giganti digitali continui ad espandersi senza confini.
E mentre le imprese chiudono, nuovi idoli si arricchiscono nel vuoto lasciato dalla produzione: creator, influencer, streamer diventano miliardari grazie alla capacità di catturare attenzione. È il principio dell’effimerizzazione: tutto ciò che era materia diventa informazione, tutto ciò che era lavoro diventa intrattenimento, tutto ciò che era produzione si dissolve nel flusso digitale.
Capitalismo digitale ed effimerizzazione del lavoro
Il simbolo perfetto è Khaby Lame, ragazzo senegalese cresciuto nella periferia piemontese e diventato l’uomo più seguito al mondo su TikTok — oltre 162 milioni di follower — semplicemente “non facendo nulla”: senza parole, senza prodotti, solo ironia gestuale e algoritmo. Il suo patrimonio netto stimato, secondo Wikipedia, è compreso tra 1,3 e 2,7 milioni di dollari grazie a collaborazioni con marchi e holding come Hugo Boss, Fortnite e RSHP. Un successo planetario e, insieme, un paradosso morale: la società che non riconosce più valore al lavoro, ma solo alla visibilità.
E il paradosso non si ferma lì. Il caso di Salt Bae, il macellaio turco diventato celebre per il gesto teatrale di far cadere il sale sulla carne, racconta in scala perfetta la logica dell’economia dell’immagine. In pochi mesi è passato da anonimato a superstar globale, aprendo ristoranti da Dubai a Londra, da Miami a Beverly Hills, spinti solo dall’aura virale del suo gesto.
Ma la bolla non poteva durare: nel 2025, la sua catena ha chiuso cinque ristoranti su sette negli Stati Uniti, e il locale londinese — quello di Knightsbridge, un tempo simbolo del lusso digitale — ha visto i ricavi crollare del 31%, da 13,6 a 9,3 milioni di sterline, registrando una perdita pre-tasse di oltre 5,5 milioni di sterline. La verità, emersa dopo la curiosità social, è che “da Salt Bae non si mangiava bene”. E così l’impero del sale è evaporato, lasciando dietro di sé la morale di un’epoca: la fama può costruire un’azienda, ma non può sostenerla se manca la sostanza.
Mentre chi produce contenuti effimeri guadagna milioni, interi comparti produttivi — artigianato, editoria, manifattura — sopravvivono a stento. È l’economia dell’attenzione: non contano più le mani che fanno, ma gli occhi che guardano. Eppure, paradossalmente, oggi in Italia oltre 100.000 posti di lavoro nel manifatturiero restano scoperti per mancanza di tecnici e operai specializzati: le aziende cercano chi costruisca, ma le nuove generazioni sognano solo di essere guardate.
Il capitalismo digitale ha compiuto un prodigio: farci sentire protagonisti mentre diventiamo materia prima. Ogni gesto online — una foto, un acquisto, una parola — alimenta l’oceano dei dati da cui le piattaforme estraggono profitti astronomici. E mentre noi ci crediamo liberi, tutto ciò che facciamo viene monetizzato altrove.
Rapporto Oxfam 2026, la ricchezza sale, la democrazia scende
Il punto di arrivo di questo processo folle di redistribuzione della ricchezza è oggi davanti agli occhi di tutti, anche se il mondo pare troppo concentrato a scattarsi selfie e a guardare reel su Instagram per coglierne fino in fondo le conseguenze. Secondo il Rapporto Oxfam, nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, tre volte più dell’aumento medio registrato nell’ultimo quinquennio.
Tradotto: le 3.000 persone più ricche del pianeta possiedono complessivamente 18.300 miliardi di dollari. Le prime 12 da sole ne controllano 2.635, più di quanto possieda la metà più povera dell’umanità, 4,1 miliardi di persone. Colpisce un dato ulteriore e tutt’altro che secondario: questa ristrettissima élite, che concentra nelle proprie mani una ricchezza senza precedenti nella storia umana, è composta quasi interamente da capi di grandi aziende tecnologiche o finanziarie statunitensi.
L’unica eccezione, doppia, è Bernard Arnault: magnate del lusso, europeo, esponente della cosiddetta “old economy”, almeno per l’origine del suo patrimonio, fondato su beni materiali, manifattura e marchi, non su piattaforme digitali, infrastrutture algoritmiche o intermediazione dei dati.
Élite economiche globali, da dove vengono?
Dieci anni prima, nel 2015, il vertice di questa classifica aveva un volto diverso. Non dominavano i Ceo delle piattaforme social — Zuckerberg c’era, ma a metà graduatoria — Jeff Bezos era presente ma non egemone (Amazon cresceva, ma non era ancora l’impero attuale), e la ricchezza derivava ancora in larga parte da produzione, distribuzione, brevetti, controllo industriale. Il capitale, allora, premiava stabilità, prodotti, catene del valoretangibili. Elon Musk, oggi leader assoluto delle classifiche della ricchezza, era considerato più un visionario borderline che un imprenditore-genio.
Probabilmente quello è stato l’ultimo anno prima del salto di fase: dal capitale che produce al capitale che intermedia, fino al capitale che estrae attenzione e dati. Da lì in poi, l’economia si è progressivamente sganciata dal lavoro reale e la linea di frattura si è allargata. I mercati hanno iniziato a valorizzare il racconto più del bilancio, la promessa più del profitto, la visione più del lavoro. Ed è in questo passaggio che Musk — e con lui un’intera nuova classe di ricchi — ha scalato tutte le classifiche.
Disuguaglianze economiche oggi
Oggi, però, anno di grazia 2026, lo stesso Rapporto Oxfam ci restituisce anche un’altra immagine, quella del mondo reale: un abitante del pianeta su quattro vive nel baratro delle disuguaglianze, in condizioni di fame o grave penuria alimentare. Il taglio degli aiuti umanitari deciso dagli Stati Uniti, e seguito a catena da altri governi, rischia di provocare entro il 2030 oltre 14 milioni di morti aggiuntive nei Paesi più fragili. Una vera e propria macelleria sociale, che procede nell’indifferenza generale, mentre avanza una marea autoritaria: oggi solo 3 persone su 10 vivono in una democrazia. Vent’anni fa erano una su due.
Perché succede tutto questo? Probabilmente perché non si tratta di una deviazione, ma dell’esito perfettamente coerente di un modello dominante che concentra ricchezza nei mercati finanziari più che nel lavoro. Un modello che, appunto, fa soldi con i soldi, e non più con la produzione di beni e servizi. È la risultante di un sistema centripeto, che convoglia risorse, potere e decisioni verso l’alto, consentendo alle élite economiche di “comprare” la politica, di guidarla direttamente o, quanto meno, di eterodirigerla.
Un business model che erode lo Stato sociale e svuota la cooperazione globale in nome dell’efficienza, della performance e della competitività. E che porta la politica — ormai strutturalmente subordinata — a trasformare la disuguaglianza in rabbia e la rabbia in autoritarismo. Intanto, mentre la ricchezza si concentra perché il sistema la premia, la fame cresce perché, al netto del teatrino retorico che ogni giorno invoca sostenibilità e inclusione, non è più una priorità nell’agenda reale del potere.
La società dello spettacolo: aumentano i like, diminuisce il senso
Nel grande piano di redistribuzione della ricchezza globale, la ricchezza non si è redistribuita affatto: si è concentrata. I ceti medi si sono liquefatti come ghiacciai al sole dell’algoritmo, mentre nuovi faraoni digitali — imprenditori della rete, influencer, fondatori di startup — innalzano le loro piramidi sull’inconsistenza del cloud.
È un mondo dove il progresso corre e il senso arranca. Dove si parla di innovazione, ma si produce solitudine. Dove il tempo liberato dalle macchine non è diventato libertà, ma ansia di prestazione. Dove ogni “like” è un applauso senza pubblico e ogni profilo un curriculum permanente.
Il paradosso è che siamo diventati più produttivi e meno felici. Il lavoro non finisce più, semplicemente si sposta dentro di noi. L’impresa non è più un luogo, è una condizione mentale.
Già Guy Debord, ne “La società dello spettacolo” e nei “Commentari”, aveva profetizzato il mondo che viviamo oggi: un mondo in cui la realtà è sostituita dall’immagine, e il valore si misura nella visibilità. Scriveva: “Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”. Oggi quella rappresentazione ha colonizzato ogni aspetto della vita: le relazioni, la politica, il lavoro, perfino l’identità.
Tutti vogliono fare gli influencer
Viviamo immersi in un flusso di immagini che non raccontano più la realtà, ma la sostituiscono. E nella confusione tra essere e apparire, abbiamo scambiato la popolarità con l’autorevolezza, il consenso con la competenza, il numero dei follower con il peso delle idee.
E allora viene da chiedersi: ma l’entertainment è davvero un settore “elastico”? Possiamo ampliare all’infinito l’offerta di contenuti, format, reel, webseries, piattaforme streaming, video, mentre il nostro tempo resta sempre quello e le nostre giornate rimangono sempre di ventiquattr’ore? Non è forse questo l’assurdo? Che non si cerchino più mani per costruire e aggiustare, ma solo volti da mettere in scena? Che intere generazioni vogliano “fare gli youtuber” (anzi i content creator o gli influencer) come se fosse l’unico mestiere possibile, mentre la realtà si svuota di chi la sostiene davvero?
E quando arriveremo al punto di saturazione, quando tutto sarà contenuto e nulla più sarà reale, quando non avremo più la capacità di discernere il vero dall’artificiale, in che cosa potremo sperare: che venga a salvarci un algoritmo?