(Adnkronos) –
Sono oltre 30 i giornalisti sotto scorta armata in Italia. E Mario Sechi, il direttore di Libero, è solo l’ultimo cronista a finire sotto protezione dello Stato. Come ha scritto lo stesso Sechi, “sono diventato un bersaglio del terrorismo anarchico perché penso e scrivo”. E’ stata una telefonata a cambiargli la vita. Arrivata dal prefetto di Milano Claudio Sgaraglia, a cui ha fatto seguito una visita del questore Bruno Megale, che gli hanno formalmente comunicato la necessità della protezione.
Secondo i dati più recenti dell’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione, anche se sono 30 i giornalisti sotto scorta, la cifra sale di parecchio se si considerano le forme di vigilanza e tutela dinamica. Che superano i 200 casi complessivi. Se in passato la matrice principale era quella della criminalità organizzata, oggi invece si registrano dei cambiamenti con forti picchi legati all’estremismo politico, ai movimenti eversivi e alle inchieste sui colletti bianchi.
A Mario Sechi è stata assegnata la scorta per le minacce arrivate dalla galassia anarco-insurrezionalista dopo i suoi editoriali sui fatti di Roma.
Ma con Sechi sono tanti altri i giornalisti scortati in Italia. A partire da Massimo Giletti. Il giornalista e conduttore è sotto scorta dal 2020 a seguito delle minacce del boss palermitano Filippo Graviano, intercettato in carcere mentre si scagliava contro il conduttore per le puntate di Non è l’Arena dedicate alle scarcerazioni dei mafiosi durante la pandemia.
A seguire c’è Lirio Abbate, che è da anni sotto scorta per le sue inchieste su Cosa Nostra, i legami tra mafia e politica e la cattura dei latitanti.
È stato nel mirino diretto del boss Leoluca Bagarella. Ancora: Paolo Borrometi vive sotto scorta armata dal 2014. Le sue inchieste sulla mafia di Scicli e della Sicilia orientale hanno portato allo scioglimento di comuni e a pesantissimi decreti di condanna. Contro di lui era stato pianificato un attentato con autobomba, fortunatamente sventato.
Il cronista calabrese Michele Albanese vive sotto scorta dal 2014 per aver raccontato i riti e gli affari della ‘Ndrangheta nella piana di Gioia Tauro. Poi, lo storico giornalista d’inchiesta Sandro Ruotolo, finito sotto scorta per le minacce di morte ricevute dal boss dei Casalesi, Michele Zagaria, a causa delle sue indagini sul traffico di rifiuti tossici in Campania. Più di recente si è aggiunto all’elenco anche Nello Trocchia. Sotto scorta per le sue inchieste sulla criminalità organizzata a Roma e nel Lazio, in particolare sui clan di Ostia e del basso Lazio, e per le indagini sulla Camorra campana. Un altro giornalista d’inchiesta sotto scorta è Salvo Palazzolo di Repubblica, che da anni scrive di mafia ed è stato destinatario di minacce di morte.
Per avere scritto inchieste su Roma e il suo litorale viva da 13 anni sotto scorta la cronista di Repubblica Federica Angeli, che ha squarciato il velo di omertà sul clan Spada a Ostia. Il suo caso è uno dei più noti di resilienza e continuità professionale nonostante l’isolamento coatto.
I conduttori delle principali trasmissioni di giornalismo investigativo italiano sono spesso nel mirino per la capacità di amplificazione dei loro network. A partire da Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report (Rai 3) che vive sotto scorta a causa di minacce di morte provenienti sia da ambienti mafiosi legati alla destra eversiva, sia per le inchieste su frodi finanziarie, traffici internazionali e corruzione. Ci sono anche nomi meno conosciuti, ma sempre nel mirino della criminalità, come Marilena Natale, una cronista casertana che vive sotto scorta rigida per le sue coraggiose denunce contro le fazioni del clan dei Casalesi. (di Elvira Terranova)
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