La crisi politica che ha travolto l’ex presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol continua a produrre conseguenze giudiziarie. Dopo la controversa dichiarazione della legge marziale nel dicembre 2024, la Corte Suprema ha confermato una condanna a sette anni di carcere per ostruzione alla giustizia, mentre altri procedimenti hanno aperto nuovi scenari sul presunto tentativo di alterare l’ordine democratico del Paese.
Legge marziale e crisi istituzionale: confermata la condanna dell’ex presidente Yoon Suk Yeol
La vicenda giudiziaria di Yoon Suk Yeol nasce dalla controversa decisione presa nella notte del 3 dicembre 2024, quando l’allora presidente annunciò in televisione l’introduzione della legge marziale, accusando i parlamentari dell’opposizione di rappresentare forze «anti-statali» e vicine alla Corea del Nord.
Il provvedimento rimase in vigore per circa sei ore, fino a quando alcuni parlamentari riuscirono a superare il blocco imposto dalle forze di sicurezza intorno all’Assemblea Nazionale e votarono la revoca della misura, costringendo il governo a ritirarla. Dopo quella notte, Yoon fu sospeso dall’incarico, sottoposto a impeachment e successivamente rimosso in modo definitivo dalla Corte costituzionale.
La sua parabola politica subì un ulteriore colpo con l’arresto e con le numerose accuse collegate alla gestione della crisi istituzionale.
Un altro capitolo dell’inchiesta riguarda il presunto utilizzo di droni inviati nei cieli di Pyongyang con l’obiettivo, secondo gli investigatori, di provocare una risposta militare nordcoreana e creare le condizioni per giustificare l’imposizione della legge marziale. Per questa vicenda, un tribunale distrettuale di Seul ha condannato Yoon e l’ex ministro della Difesa Kim Yong Hyun a 30 anni di carcere, riconoscendoli responsabili di abuso di potere e di aver favorito un Paese nemico. Secondo La Corte, «l’operazione ha comportato l’utilizzo di risorse militari della Corea del Sud per scopi privati non collegati alla sicurezza nazionale o alla difesa del territorio». I giudici hanno inoltre sottolineato che l’impiego delle capacità militari avrebbe esposto informazioni strategiche alla Corea del Nord, compromettendo la preparazione difensiva futura.
La vicenda dei droni si inserisce in un periodo di forte tensione tra le due Coree. Nell’ottobre 2024 Pyongyang aveva accusato Seul di aver inviato velivoli senza pilota sulla capitale nordcoreana per diffondere volantini di propaganda contro il leader Kim Jong Un. Gli avvocati di Yoon hanno respinto le accuse, sostenendo che tali operazioni rappresentassero una risposta ai palloni aerostatici carichi di rifiuti e materiale propagandistico inviati dalla Corea del Nord verso il Sud nei mesi precedenti. Gli investigatori guidati dal procuratore speciale Cho Eun-suk hanno invece sostenuto che il progetto dei droni fosse parte di un tentativo più ampio di creare una situazione simile a uno stato di guerra, utile a rafforzare il controllo politico interno e colpire gli oppositori di Yoon. Anche l’ex ministro Kim Yong Hyun, considerato uno dei collaboratori più vicini all’ex presidente e figura centrale nel coinvolgimento delle forze di sicurezza durante la crisi, è stato indicato come protagonista delle operazioni.
L’ex presidente Yoon Suk Yeol condannato a sette anni: la Corte Suprema respinge il ricorso
La Corte Suprema della Corea del Sud ha reso definitiva la condanna a sette anni di carcere nei confronti dell’ex presidente Yoon Suk Yeol, respingendo il ricorso presentato dalla difesa contro la sentenza d’appello. «Tutti i ricorsi sono respinti», ha dichiarato un giudice della massima corte durante una lettura del verdetto trasmessa in televisione, confermando così la pena già stabilita in secondo grado. La decisione riguarda il procedimento per ostruzione alla giustizia legato al tentativo di impedire l’esecuzione del mandato di arresto emesso nei suoi confronti dopo la crisi istituzionale del dicembre 2024.
Secondo i giudici, Yoon avrebbe agito intenzionalmente per ostacolare l’intervento delle autorità, ordinando al servizio di sicurezza presidenziale di bloccare l’accesso degli investigatori alla sua residenza. La Corte Suprema ha inoltre stabilito che non vi furono errori nell’interpretazione delle norme da parte della corte d’appello, che aveva aumentato la pena da cinque a sette anni dopo aver riconosciuto ulteriori responsabilità. Tra gli elementi contestati figurano la falsificazione di documenti, la violazione delle procedure previste per la proclamazione della legge marziale — che richiede un confronto formale con il gabinetto — e la diffusione di informazioni considerate false ai media stranieri.
Si tratta della prima sentenza definitiva pronunciata dalla massima autorità giudiziaria sudcoreana nei confronti dell’ex capo dello Stato, coinvolto complessivamente in otto procedimenti nati dalla crisi politica provocata dalla sua decisione di imporre la legge marziale. I pubblici ministeri avevano chiesto una condanna più severa, pari a dieci anni di reclusione, accusando Yoon di abuso di potere e di aver provocato un grave danno alla collettività. Dopo il verdetto, gli avvocati dell’ex presidente hanno annunciato la volontà di rivolgersi alla Corte Costituzionale attraverso un procedimento di revisione. «Contesteremo la costituzionalità di questa sentenza attraverso le procedure previste, incluso un ricorso costituzionale», ha dichiarato uno dei suoi legali.
Nel frattempo Yoon resta detenuto e continua ad affrontare altri procedimenti giudiziari: tra questi figura anche una precedente condanna all’ergastolo per insurrezione, emessa in relazione agli stessi eventi e arrivata dopo una richiesta dell’accusa che aveva ipotizzato persino la pena di morte. La caduta politica di Yoon rappresenta uno degli episodi più gravi della recente storia democratica sudcoreana: dalla breve sospensione delle istituzioni democratiche alla destituzione presidenziale, fino ai numerosi procedimenti giudiziari che continuano a coinvolgere lui e altri ex membri del governo, tra cui l’ex primo ministro Han Duck Soo e l’ex ministro dell’Interno Lee Sang Min.
