Venezia, 18 apr. (askanews) – Il terzo capitolo del racconto fatto dalle Stanze del vetro di Venezia sulla presenza dei vetrai alla Biennale è dedicato al decennio 1948-1958, periodo nel quale cambiano le dinamiche socio-economiche dell’Italia e la ricerca sul vetro dialoga strettamente con l’arte. “Il filo rosso – ha spiegato ad askanews Marino Barovier, curatore del progetto – è soprattutto relativo alla forma: mentre una volta il vetro era decorativo, era vetro molto proporzionato, con forme arcaiche e classiche, adesso il vetro diventa informale, diventa assolutamente diverso da quello che abbiamo visto precedentemente”.
Dopo la guerra le fornaci storiche riprendono la produzione e, accanto a esse, si impongono anche vetrerie di più recente costituzione. La mostra racconta entrambe le realtà, con le produzioni più classiche, ma contaminate dall’avanguardia, e oggetti che sono a tutti gli effetti arte. “C’è un intervento da parte di Vinicio Vianello – ha aggiunto il curatore – con delle opere che si chiamano ‘anti-scultura’ e cioè con un filo di vetro lui realizza fa delle figure nello spazio, si chiamano anche ‘forme spaziali’ e lì chiaramente in qualche maniera si ispira a quello che nel 1951 aveva fatto Lucio Fontana con i neon”.
La sensazione è anche che in questo periodo la relazione con la Biennale si muova verso il suo apice, prima di interrompersi a inizio anni Settanta con la decisione dell’istituzione veneziana di non ospitare più le opere dei vetrai, e questa scelta cambierà lo scenario. “La Biennale – ha concluso Barovier – è stata uno stimolo incredibile per la produzione muranese, poi nel 1972 la Biennale chiude e quindi tutti queste avanguardie che abbiamo visto non ci saranno più, perché poi i vetrai muranesi si metteranno a ripetere le cose che hanno fatto precedentemente e non ci sarà più questa voglia di innovazione e questa voglia di sperimentazione.E un briciolo di nostalgia per quei tempi, forse, nelle Stanze del vetro può anche prendere forma.