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Medici di famiglia e case di comunità: le novità del decreto Schillaci e le critiche della Fimmg

Medici di famiglia e case di comunità: le novità del decreto Schillaci e le critiche della Fimmg

Il piano per far lavorare i medici di famiglia nelle case di comunità divide istituzioni e sindacati: dal possibile contratto da dipendente alle preoccupazioni sulla continuità assistenziale

Il ministro della Salute ha presentato una bozza che ridefinisce il ruolo dei medici di famiglia all’interno delle nuove Case di comunità, strutture pensate per rafforzare le cure sul territorio finanziate con fondi del Pnrr. Secondo il testo illustrato in sede di Conferenza delle Regioni, l’obiettivo dichiarato è rendere più efficiente l’accesso alle cure, con un’attenzione specifica ai pazienti fragili, ma la proposta ha già scatenato forti perplessità da parte dei sindacati di categoria.

La bozza prevede scelte organizzative e contrattuali che potrebbero trasformare il rapporto tradizionale tra cittadino e medico curante: si prospetta, su base volontaria, la possibilità per il medico di diventare dipendente del Servizio sanitario nazionale e operare stabilmente nelle Case di comunità, oppure mantenere la convenzione con il Ssn secondo nuovi schemi di remunerazione.

Che cosa prevede il decreto

Il nucleo della proposta è duplice: da una parte resta la convenzione storica che lega i medici di medicina generale al Servizio sanitario nazionale; dall’altra viene aperta la strada a un rapporto di lavoro subordinato, su scelta volontaria, per chi decidesse di operare come dipendente pubblico all’interno delle Case di comunità.

In alternativa alla retribuzione tradizionale basata sul numero di assistiti, il compenso verrebbe modulato sulla base di obiettivi e della partecipazione al lavoro nella rete territoriale, con l’obbligo di svolgere un determinato numero di ore nelle strutture locali.

Obiettivi organizzativi e tempistiche

Le Case di comunità rappresentano il tassello territoriale pensato per alleggerire gli ospedali: la riforma intende renderle operative e dotarle di equipe multidisciplinari. Il ministero ha indicato come traguardo la piena operatività delle strutture finanziate con i 2 miliardi del Pnrr entro il prossimo 30 giugno, mentre l’arrivo del decreto è atteso entro maggio per essere esaminato dalle Regioni e dalle commissioni tecniche.

Le critiche della categoria e i timori principali

La reazione più netta arriva dalla Fimmg, che contesta il metodo e i contenuti: i rappresentanti evidenziano la mancata consultazione preventiva e segnalano il rischio che lo spostamento di medici verso ruoli strutturati, in un contesto già segnato da carenza di personale, produca effetti negativi sull’accesso alle cure e sulla gestione della cronicità. In particolare si teme una perdita della continuità assistenziale, con pazienti che non ritroverebbero il proprio medico ma un professionista di turno.

Questioni formative e generazionali

Un altro nodo riguarda la formazione: la bozza collegherebbe l’accesso a determinate posizioni alla specializzazione in medicina generale, creando difficoltà per quei medici che hanno costruito la loro carriera con percorsi diversi o per i più giovani che sono ancora in formazione. Questo, secondo i critici, potrebbe portare a scelte forzate con ricadute sulla disponibilità stessa dei medici sul territorio.

Contesto numerico e prossimi passi

Il problema della carenza di personale è alla base delle ragioni che il ministero usa per giustificare la riforma: dati recenti indicano una riduzione significativa dei medici di medicina generale negli ultimi anni, con una conseguente sovraccarico per chi è rimasto. Al 31 dicembre 2026 erano attive 781 Case di comunità con almeno un servizio funzionante, a fronte di 1.715 previste, e il piano punta ad accelerare l’apertura delle restanti sedi.

Dal punto di vista politico il confronto prosegue: la Conferenza delle Regioni ha valutato la bozza positivamente sul piano dell’intento di rafforzare la medicina territoriale, ma ha chiesto di approfondire gli aspetti tecnici. I sindacati preparano le loro contromisure e la discussione pubblica rimane accesa tra chi vede nella proposta un’opportunità di modernizzazione e chi invece avverte il rischio di compromettere la relazione di fiducia tra medico e paziente.