È morto a 81 anni Domenico Papalia, conosciuto come “Micu” e considerato dagli investigatori una delle figure storiche della ‘ndrangheta nel Nord Italia. Il decesso è avvenuto all’ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverato dal 17 agosto per l’aggravarsi di una patologia oncologica. Dopo 49 anni di detenzione, lo scorso luglio aveva lasciato il carcere di Parma ottenendo il differimento della pena e i domiciliari per motivi di salute.
Da Platì a Buccinasco, l’ascesa della famiglia Papalia
Originario di Platì, in provincia di Reggio Calabria, Papalia apparteneva a una delle famiglie storicamente più influenti della ‘ndrangheta. Insieme ai fratelli Antonio e Rocco, secondo numerose inchieste, fu tra i protagonisti dell’espansione delle cosche calabresi in Lombardia, con Buccinasco e Corsico diventate negli anni importanti roccaforti della criminalità organizzata.
Alla cosca Papalia-Barbaro sono state ricondotte attività legate al traffico di droga, sequestri di persona, estorsioni, riciclaggio e infiltrazioni nell’economia legale.
La detenzione di Papalia era iniziata nel 1977. Nel corso della sua lunga vicenda giudiziaria aveva ricevuto tre condanne all’ergastolo. Una riguardava l’omicidio del boss Antonio D’Agostino, avvenuto nel 1976, ma nel 2017 la Corte d’Assise d’Appello di Perugia lo assolse in revisione “per non aver commesso il fatto”.
Restarono invece definitive le condanne per gli omicidi dell’educatore del carcere di Opera Umberto Mormile, ucciso nel 1990, e dell’avvocato Pietro Labate, assassinato nel 1983. Papalia si era sempre dichiarato innocente.
‘Ndrangheta, morto il boss Domenico Papalia: ha trascorso 49 anni dietro le sbarre
A luglio 2026 il Tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva infine accolto la richiesta di differimento della pena per le sue gravi condizioni di salute. Una decisione arrivata dopo una lunga battaglia giudiziaria e sostenuta anche da associazioni come Nessuno tocchi Caino e da esponenti radicali.
L’avvocata Ambra Giovene, che lo assisteva insieme ad Annarita Franchi, ha parlato all’Agi di una “battaglia decennale davanti al tribunale della Sorveglianza nel nome del rispetto di un uomo malato nonostante gli ergastoli”.
Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino, ha ricordato invece l’impegno affinché Papalia potesse trascorrere l’ultima fase della sua vita vicino alla famiglia: “Ci siamo battuti perché gli fosse riconosciuta almeno la possibilità di morire accanto ai suoi cari. Così è stato”.
