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Ricorso alla Corte Suprema per bloccare la sospensione delle ong in Gaza e West Bank

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Diciassette organizzazioni umanitarie hanno impugnato davanti alla Corte Suprema israeliana la decisione che ordina la cessazione delle attività di 37 ong, denunciando rischi per la sicurezza del personale e per la sopravvivenza di centinaia di migliaia di civili

Appello alla Corte suprema per bloccare una misura amministrativa

Un gruppo di grandi organizzazioni umanitarie ha rivolto un appello urgente alla Corte Suprema israeliana. Chiedono il blocco di una misura amministrativa che rischia di interrompere servizi essenziali in Cisgiordania, Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza. La pressione legale segue la comunicazione del governo israeliano a numerose ong internazionali, che ha dichiarato decadute le loro registrazioni.

Le organizzazioni sostengono di dover rinnovare i permessi secondo nuove regole o cessare le attività entro termini ristretti.

La misura e le scadenze che preoccupano le ong

Le organizzazioni sostengono di dover rinnovare i permessi secondo nuove regole o cessare le attività entro termini ristretti. La richiesta ha innescato un ricorso alla Corte Suprema e un allarme diffuso tra le ong attive nei territori.

Il 30 dicembre 2026 le autorità israeliane hanno notificato a 37 organizzazioni internazionali la scadenza delle rispettive autorizzazioni. Le organizzazioni hanno ricevuto 60 giorni per completare una procedura di registrazione ritenuta inaccettabile da molte di esse.

Secondo la comunicazione ufficiale, la procedura richiede la consegna di elenchi nominativi del personale palestinese, comprensivi di dati di contatto. Le ong definiscono tale richiesta pericolosa e contraria alle norme di tutela della privacy. In particolare, esse citano rischi concreti per la sicurezza del personale e per il rispetto delle regole internazionali sulla protezione dei dati.

Impatto temporale e rischio immediato

La misura prevede l’entrata in vigore il 1 marzo 2026. A partire da quella data alcune organizzazioni potrebbero essere costrette a sospendere le operazioni.

Più organizzazioni umanitarie avvertono che l’effetto sarebbe immediato e si estenderebbe oltre le singole entità, compromettendo la capacità dell’intero sistema di assistenza di rispondere ai bisogni crescenti della popolazione. La preoccupazione si aggiunge ai rischi già segnalati per la sicurezza del personale e per il rispetto delle regole internazionali sulla protezione dei dati.

Perché le ong rifiutano di fornire i dati del personale

Le ong sostengono che la consegna di liste nominali del personale palestinese intensificherebbe i rischi per la sicurezza dei lavoratori. Le organizzazioni affermano che il trasferimento esporrebbe il personale a potenziali ritorsioni e violerebbe obblighi legali e deontologici, in particolare per le ong europee soggette al Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR).

Secondo le stesse ong non esiste un quadro normativo che garantisca la tutela necessaria per lo scambio di questi dati. L’adempimento, aggiungono, comporterebbe responsabilità legali e un aumento dei rischi individuali, confermando le preoccupazioni già segnalate sulle implicazioni operative e di sicurezza.

Alternative proposte

Per bilanciare le richieste delle autorità con la protezione del personale, le ong hanno delineato misure pratiche. Tra queste figurano sistemi di verifica indipendente e procedure di screening controllate dai donatori. Le soluzioni consentirebbero di confermare l’assenza di vincoli senza divulgare dati sensibili. Secondo le organizzazioni, le controparti statali non hanno fornito risposte sostanziali a tali proposte.

Le conseguenze umanitarie sul terreno

Nel rendere pubblico il ricorso, le ong hanno avvertito del rischio di un collasso umanitario per centinaia di migliaia di persone. Nella Striscia di Gaza oltre due milioni di residenti dipendono dall’assistenza esterna per cibo, acqua, cure mediche e alloggi. Questo stato di necessità è in parte attribuito alla distruzione provocata dalla guerra iniziata il 7 ottobre 2026. Interrompere o ridurre i programmi umanitari porrebbe in pericolo la vita di migliaia di persone vulnerabili.

Effetti su salute e sostentamento

Interrompere o ridurre i programmi umanitari porrebbe in pericolo la vita di migliaia di persone vulnerabili. Le ong e le agenzie delle Nazioni Unite coordinano la maggior parte dell’assistenza medica d’emergenza, la distribuzione di viveri e i programmi nutrizionali per bambini malnutriti.

La rimozione di partner operativi rischia di interrompere servizi critici come il trattamento ospedaliero pediatrico, gli ospedali da campo e le attività di bonifica degli ordigni esplosivi. La sospensione di tali servizi aggraverebbe una crisi sanitaria e alimentare già profonda.

Dimensione legale e richieste al tribunale

Il ricorso presenta argomentazioni che toccano il diritto internazionale umanitario, l’eccesso di potere amministrativo e la protezione dei dati. Le organizzazioni sostengono che le misure non rispettano le garanzie previste dalle norme vigenti.

Le ong hanno chiesto alla Corte Suprema un’ingiunzione provvisoria per sospendere l’espulsione delle registrazioni e impedire l’attuazione delle restrizioni fino a una revisione giudiziaria completa. La richiesta mira a preservare la continuità dei servizi in attesa della decisione del tribunale.

La richiesta mira a preservare la continuità dei servizi in attesa della decisione del tribunale. Tra i firmatari figurano enti noti come Oxfam, Medici Senza Frontiere (MSF), il Norwegian Refugee Council e CARE, insieme ad altre agenzie e reti umanitarie internazionali. Le ong hanno chiesto anche l’intervento dei governi esteri per garantire che l’assistenza rimanga principled, indipendente e incondizionata, sostenendo che la politicizzazione dell’aiuto avrebbe conseguenze immediate e irreversibili per i civili.

La vicenda solleva una questione più ampia sul bilanciamento tra esigenze di sicurezza e obblighi umanitari sotto occupazione. Da un lato emergono requisiti amministrativi e di conformità; dall’altro la necessità di proteggere operatori e beneficiari sul terreno. Il mondo osserva se la giustizia amministrativa israeliana concederà l’urgente sospensione richiesta o se le organizzazioni dovranno ridurre le attività in una delle crisi umanitarie più acute della regione.