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Centinaia di vittime e migliaia di arresti in Iran, l’avvertimento a Trump: "Gli arroganti vengono rovesciati"

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Proteste nel sangue in Iran e scontro con Trump: centinaia di vittime e minacce di Teheran a Usa e Israele. Ecco gli ultimi aggiornamenti.

Le proteste in Iran, esplose per la crisi economica e l’assenza di diritti fondamentali, continuano a mietere vittime e a provocare migliaia di arresti. Mentre Donald Trump avverte che gli Stati Uniti potrebbero intervenire se la repressione si intensifica, Teheran rilancia minacciando che Washington e Israele diventerebbero “obiettivi legittimi” in caso di attacco. La situazione intreccia violenze interne e tensioni internazionali, con il rischio concreto di evolversi in una crisi geopolitica di alto livello.

Repressione e proteste in Iran

Le proteste della società civile iraniana entrano nella terza settimana, con un bilancio che continua a peggiorare. Secondo le organizzazioni non governative, le vittime accertate sarebbero almeno 545, mentre migliaia di cittadini sono stati arrestati.

Le manifestazioni, scoppiate in oltre 170 città tra cui Teheran e Mashhad, vedono cittadini infiammare simboli del regime, tra cui edifici governativi e ritratti di Qassem Soleimani, ucciso nel 2020. L’azione delle forze di sicurezza ha trasformato le strade in un teatro di sangue, con centinaia di morti e arresti. Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace, teme che la repressione possa sfociare in un nuovo massacro, mentre Londra, Berlino e Parigi condannano le uccisioni.

Il blackout di Internet imposto dal regime, durato oltre 24 ore, tenta di isolare la popolazione, ma non ferma la diffusione delle immagini delle proteste.

L’ira dei manifestanti nasce da un mix di crisi economica e mancanza di diritti: “La gente non ha più da mangiare, non a caso le proteste aumentano invece che diminuire“, spiega Ghazal Afshar, portavoce dell’Associazione Giovani Iraniani in Italia. Anche il figlio dello scià, Reza Pahlavi, chiama dall’estero a mobilitare la piazza e a sostenere l’intervento internazionale. Tra le vittime della repressione ci sono minori, con almeno otto bambini morti e migliaia di persone arrestate, mentre le famiglie spesso devono pagare per recuperare i corpi dei propri cari.

Il quadro resta drammatico, con un Paese che brucia e un regime che tenta di soffocare le voci critiche pur continuando a proclamarsi saldo: “Il Paese non cederà“, afferma Khamenei, tra voci di fuga e timori di un collasso imminente.

“Sarà rovesciato come Faraone e Reza”, l’ira dell’Iran contro Trump

La crisi iraniana si riflette anche sul piano internazionale, con tensioni che rischiano di trasformarsi in una crisi geopolitica di alto livello. Da Teheran, l’avvertimento è netto: in caso di attacco statunitense, gli obiettivi americani e israeliani diventerebbero «legittimi», come dichiarato dal presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf. Ad aumentare le tensioni, come ha ricordato la guida suprema Ali Khamenei su X: “Gli arroganti vengono rovesciati proprio quando sono all’apice della loro superbia“.

Dall’altra parte, Donald Trump mantiene aperta la porta alla diplomazia: I leader iraniani vogliono negoziare, una riunione è in corso di preparazione, ha dichiarato a bordo dell’Air Force One, pur ribadendo che l’amministrazione sta valutando “opzioni molto forti” e non esclude del tutto l’intervento militare se la repressione dovesse intensificarsi.

La Casa Bianca sta esaminando diverse strategie non militari per sostenere le proteste e mantenere pressione sul regime. Il presidente ha indicato come “linea rossa” l’uccisione sistematica dei manifestanti: “Sembra che stiano iniziando a farlo“, ha dichiarato, precisando che l’esercito sta monitorando attentamente la situazione e che una decisione potrebbe arrivare rapidamente, anche prima di un eventuale incontro diplomatico.

Nel frattempo, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sottolinea che Teheran è “pronta alla guerra e al dialogo“, confermando che i canali di comunicazione con gli Stati Uniti restano aperti. La situazione rimane quindi sospesa tra repressione interna e tensioni internazionali, con il rischio concreto che il conflitto civile si intrecci a scenari geopolitici di più ampia portata.