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Sokurov escluso dall'evento sulla pace a Venezia dopo la protesta degli artisti

Sokurov escluso dall'evento sulla pace a Venezia dopo la protesta degli artisti

Sokurov avrebbe dovuto intervenire a un ciclo dedicato al dissenso, ma la sua assenza ha riacceso discussioni su chi può rappresentare il dissenso quando altri rischiano carcere, esilio o morte

La Biennale di Venezia si è trovata al centro di una nuova ondata di polemiche dopo l’annullamento delle partecipazioni del regista Alexander Sokurov e dell’architetta Suad Amiry a un ciclo di incontri intitolato Dissent and Peace. Gli organizzatori hanno motivato la cancellazione con una generica “last-minute unavailability”, ma alla base vi sono tensioni esplose pubblicamente tra artisti, attivisti e la direzione dell’esposizione.

L’episodio si inserisce in un clima già alterato: nei giorni precedenti il ritorno parziale del padiglione russo e le proteste nel parco della Biennale avevano sollevato critiche forti, tra cui dimostrazioni di Pussy Riot e di altre collettività attiviste. Sullo sfondo si collocano anche decisioni istituzionali e dimissioni che hanno contribuito a rendere l’apertura dell’evento particolarmente controversa.

La lettera degli artisti e la polemica sul rappresentare il dissenso

Un gruppo di artisti, tra russi ed europei, ha firmato una lettera aperta indirizzata al presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, mettendo in discussione la scelta di invitare personalità che, pur critiche a volte, godono di mobilità e visibilità internazionale. I firmatari hanno chiesto di riflettere se il dissenso possa essere rappresentato in modo credibile da chi non subisce le stesse conseguenze — carcere, esilio o morte — che colpiscono molti altri artisti e attivisti nel contesto della repressione.

I firmatari e i casi citati

La lettera comprende anche un elenco di nomi di chi è stato imprigionato per le proprie posizioni o è deceduto in circostanze legate a scontri con le autorità, indicando che queste voci dovrebbero essere al centro della discussione pubblica. Tra i casi menzionati si colloca quello dell’artista Sasha Skochilenko: Sokurov era presente al suo processo in segno di solidarietà prima dell’arresto nel 2026; Skochilenko è stata poi rilasciata e vive ora in esilio, e risulta tra i firmatari della lettera.

Il ruolo di Sokurov e le reazioni personali

Alexander Sokurov, noto al grande pubblico per film come Russian Ark e per il Golden Lion vinto con Faust, è rimasto una voce critica, seppure cauta, all’interno della scena russa. È tra i pochi membri del Consiglio presidenziale per la società civile e i diritti umani che ha espresso pubblicamente dissensi rispetto a politiche governative; negli anni ha avuto frizioni anche con il presidente Vladimir Putin e si è lamentato delle limitazioni imposte alle arti e alle sue opere.

Dalla solidarietà alle parole pubbliche

Intervistato da testate locali, Sokurov ha detto di provare simpatia per gli artisti in esilio e di considerare la Russia come una patria, in un senso culturale e affettivo, anche per chi è costretto lontano. La sua posizione — critica ma non in rottura totale con le istituzioni — è stata però contestata da chi ritiene incompatibile la partecipazione a eventi internazionali con la responsabilità di rappresentare il dissenso più radicale.

Contesto più ampio: padiglione, finanziamenti e giuria

La controversia sulla presenza russa è stata accompagnata da tensioni istituzionali: a marzo la decisione di riaprire il padiglione russo aveva attirato la condanna della Commissione Europea, che ha minacciato di revocare un contributo di 2 milioni di euro. Come compromesso, il padiglione resterà chiuso al pubblico per tutta la durata della mostra — che si svolge dal 9 maggio al 22 novembre — con alcune performance registrate proiettate su schermi esterni.

La situazione è stata ulteriormente agitata dalle dimissioni dell’intera giuria internazionale, che si è ritirata dopo la decisione di escludere dalla competizione artisti russi e israeliani per questioni legate a procedimenti dell’ICC. Sul terreno delle strade e nel parco, proteste come quelle organizzate da Pussy Riot e gruppi come FEMEN hanno trasformato l’evento in un nodo di contestazione politica oltre che culturale.

Arte, memoria e simboli in mostra

Accanto alla dialettica sulla presenza russa, opere di artisti ucraini come la scultura a forma di cervo di Zhanna Kadyrova rimandano alla perdurante tragedia del conflitto: l’opera, originariamente installata a Pokrovsk, è stata evacuata per salvarla dall’avanzata delle truppe e rappresenta il tema della perdita e dello sfollamento. Questi lavori fanno da contraltare simbolico alla querelle sugli spazi espositivi e sulla legittimità di chi viene invitato a parlare di pace e dissenso.

Il dibattito in corso alla Biennale interroga il mondo dell’arte su responsabilità, rappresentatività e limiti del dialogo culturale in tempo di guerra: la vicenda di Sokurov e le proteste davanti al padiglione russo sono diventate il riflesso di questioni più vaste che l’esposizione internazionale non può più eludere.