Le recenti affermazioni fatte dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu hanno riacceso il dibattito sulla possibilità di una nuova operazione militare contro l’Iran. Entrambi i leader hanno parlato in occasione di eventi elettorali, lanciando avvertimenti che sembrano volersi tradurre in azioni concrete nella strategica zona del Golfo.
Dichiarazioni di Trump e Netanyahu sulla strategia contro l’Iran
Durante un comizio tenutosi nell’Iowa, Trump ha sottolineato di aver già risolto otto guerre e di essere impegnato in altre due, aggiungendo che “finiremo l’Iran molto presto, in un modo o nell’altro”. Il tono spavaldo del leader americano si è accompagnato a una frase di apparente disprezzo: “Per me è quasi insignificante”.
Parallelamente, Netanyahu, indicato da Trump come il leader più adatto a condurre il conflitto, ha ribadito che ogni aggressione iraniana verrà punita con una risposta di “forza e potenza che non riescono nemmeno a immaginare”. Entrambe le dichiarazioni suggeriscono un’intenzione di intensificare gli sforzi prima delle elezioni di metà mandato americane.
Il discorso di Trump in Iowa
Nel contesto del suo tour elettorale, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero terminare “ora la loro operazione contro l’Iran”, ma che “non è ancora sufficiente”. Ha inoltre asserito che il piccolo aumento dei prezzi del petrolio è “un piccolo prezzo da pagare” per impedire a Teheran di sviluppare un’arma nucleare. L’affermazione è stata accompagnata da una diffusione su Truth Social, in cui ha accusato l’Iran di creare artificialmente tensioni per gonfiare i prezzi dell’energia poco prima dei midterm.
Risposta iraniana: minacce di ampliamento del conflitto
L’Iran ha risposto con un avvertimento chiaro: se gli Stati Uniti e Israele riprenderanno gli attacchi aerei, la risposta iraniana si estenderà oltre le basi militari e le navi statunitensi, includendo anche aeroporti, oleodotti e altre infrastrutture civili dei paesi del Golfo. Inoltre, Teheran ha minacciato di colpire con maggiore intensità il personale americano, di affondare navi da guerra statunitensi e di interrompere i cavi sottomarini per le telecomunicazioni nello Stretto di Hormuz.
Incendi e attacchi nella zona del Golfo
Nel frattempo, le ostilità continuano sul terreno. Nella notte, i ribelli houthi hanno lanciato un missile balistico verso la capitale saudita Riyad, provocando allarme e una rapida risposta della difesa aerea saudita, che ha dichiarato di aver intercettato il proiettile. Gli stessi houthi hanno rivendicato un attacco contro l’aeroporto internazionale di Dammam, in Arabia Saudita, che ha causato due vittime (un cittadino saudita e un indiano) e otto feriti. Parallelamente, tre petroliere sono state colpite da mine nello Stretto di Hormuz, una delle quali è esplosa, alimentando la retorica di minaccia di risposta più ampia da parte dell’IRGC.
Attacco Houthi a Riyad
Le autorità saudite hanno annullato l’allarme pochi minuti dopo, sostenendo che il missile è stato distrutto. Tuttavia, i video circolati sui social mostrano il presunto impatto, alimentando la tensione nella regione. Il portavoce della coalizione guidata da Riad ha evidenziato la prontezza delle forze di difesa aeree nel contrastare le minacce provenienti da gruppi sostenuti dall’Iran, mantenendo alta la vigilanza mentre i midterm si avvicinano.
L’intera dinamica si svolge in un contesto elettorale delicato per gli Stati Uniti, dove le decisioni di politica estera possono influenzare l’opinione pubblica. Il presidente Trump ha dichiarato che l’obiettivo prioritario è impedire all’Iran di possedere un’arma nucleare, anche a costo di un aumento temporaneo del prezzo del petrolio. La strategia americana sembra essere quella di mantenere la pressione fino al risultato delle elezioni di metà mandato, quando potrebbero essere valutate nuove linee d’azione.
