Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha confermato di aver scartato l’offerta di una tregua di sette giorni avanzata da Teheran. La dichiarazione, pronunciata poco prima di partire per il Tennessee, è stata resa pubblica su Truth Social dove il leader ha anche condiviso una mappa del Golfo Persico in cui lo Stretto di Hormuz appare ribattezzato «Stretto di Trump».
L’annuncio appare in un contesto di tensioni crescenti, appena dopo che, secondo il Wall Street Journal Trump ha comunicato ai suoi collaboratori l’intenzione di riprendere i bombardamenti contro l’Iran una volta conclusi i ballottaggi di medio termine di novembre.
Rifiuto della tregua e strategia militare statunitense
Nel suo post, Trump ha affermato: «Hanno fatto un proposta, l’ho respinta».
La proposta iraniana prevedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz – peraltro uno dei corridoi più vitali per il commercio mondiale, attraverso il quale transitava circa un quinto delle esportazioni di petrolio – in cambio della revoca del blocco statunitense sui porti iraniani e della ripresa dei negoziati sul nucleare. Trump ha respinto l’iniziativa, dichiarando che gli attacchi aerei riprenderanno dopo le elezioni di novembre, mostrando così una posizione più aggressiva rispetto alle precedenti aperture diplomatiche.
La mappa “Stretto di Trump”
La cartina pubblicata su Truth Social, datata 26 settembre 2026, sostituisce il nome storico di Hormuz con quello di Trump. Questa mossa segue un precedente post del 2 settembre, in cui il presidente aveva già indicato lo stretto come “sotto il controllo degli Stati Uniti”. Il mese precedente aveva inoltre diffuso una mappa che lo definiva “nuovo territorio statunitense”. L’opera grafica è stata accolta come provocazione simbolica, volta a sottolineare la supremazia americana nella regione del Golfo Persico.
Le mosse diplomatiche dell’Iran
Parallelamente alla risposta militare USA, l’Iran ha cercato di mantenere aperti canali diplomatici. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi e la sua delegazione sono rimasti a New York fino a mercoledì, dove hanno incontrato lo inviato speciale statunitense Steve Witkoff durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’incontro ha riguardato le condizioni iraniane per la riapertura dello Stretto, tra cui la necessità di revocare il blocco dei porti. Araghchi ha sottolineato che Teheran è disposto a far rientrare gli ispettori dell’ONU sul proprio territorio per verificare il programma nucleare.
Prospettive del presidente iraniano Masoud Pezeshkian
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato, in recenti interviste, che la riapertura del Stretto di Hormuz è possibile solo attraverso negoziati non per mezzo della forza militare. Ha inoltre ribadito che lo sviluppo di armi nucleari è haram dal punto di vista religioso, ma ha riconosciuto una profonda sfiducia nei confronti degli Stati Uniti a causa degli attacchi subiti durante i precedenti negoziati. Pezeshkian ha indicato Qatar e Pakistan come mediatori attivi, ma ha avvertito che la mancanza di fiducia rende difficili ulteriori progressi.
Reazioni regionali e iniziative internazionali
Al di là delle dinamiche USA-Iran, altri attori hanno mostrato preoccupazione per la libertà di navigazione nello Stretto. La Francia sta redigendo una bozza di risoluzione per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, finalizzata a garantire il diritto di transito marittimo nella zona, considerata cruciale per la sicurezza alimentare ed energetica globale. Nel frattempo, il governo iracheno ha avviato trattative con Washington per ottenere esenzioni dalle sanzioni che colpiscono gli aeroporti iracheni utilizzati dalle compagnie aeree iraniane, al fine di facilitare viaggi umanitari, sanitari e religiosi.
Il Quartier Generale Centrale di Khatamolanbiya dei Pasdaran iraniani ha lanciato un avvertimento, definendo il conflitto con gli Stati Uniti una guerra multidimensionale che coinvolge aspetti economici, culturali e di sicurezza. Il comando ha avvertito che qualsiasi decisione americana di intensificare gli attacchi potrebbe scatenare risposte simultanee in più teatri, dal Golfo Persico al Mar Rosso, coinvolgendo basi statunitensi nella regione.
