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La terza giornata del Ramadan è coincisa con un nuovo aumento di violenza nella regione di Gaza e nelle aree di confine con il Libano, dove raid attribuiti alle forze israeliane hanno causato vittime e feriti. Gli attacchi sono avvenuti mentre si svolgono negoziati internazionali volti a definire modalità di ricostruzione e meccanismi di sicurezza per l’area.
Il contesto rimane teso: la comunità internazionale discute finanziamenti e l’eventuale dispiegamento di truppe per una forza di stabilizzazione, ma permangono obiezioni su temi cruciali come il disarmo, la sovranità territoriale e le garanzie umanitarie. I negoziati proseguono con l’obiettivo di trovare un equilibrio tra ricostruzione, controllo della sicurezza e tutela dei civili.
Raid a Gaza e bilancio delle vittime
Fonti palestinesi riferiscono che gli ultimi attacchi aerei israeliani hanno ucciso almeno due persone a Gaza, il giorno della terza giornata del Ramadan. I colpi hanno interessato la zona settentrionale del campo di Jabalia e l’area di Qizan an-Najjar nel sud. L’agenzia Wafa ha aggiornato il conteggio delle vittime dall’entrata in vigore della tregua: 614 morti e 1.640 feriti. I dati evidenziano il persistente impatto dei combattimenti sulla popolazione civile.
Giustificazioni militari e risposta israeliana
In un post su X, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver neutralizzato un combattente che avrebbe attraversato la linea di demarcazione nel nord della Striscia. Secondo la versione militare, l’individuo si sarebbe avvicinato alle truppe in modo ritenuto pericoloso. L’esercito ha aggiunto che continuerà ad agire per rimuovere minacce immediate, argomentazione che spiega la logica dietro gli interventi osservati.
Attacchi in Libano e impatto nelle aree colpite
In seguito alla nota dell’esercito, il 20 Feb 2026 si sono registrati attacchi israeliani in Libano che hanno provocato almeno 12 morti, secondo media locali. Le operazioni hanno interessato l’enclave di Ein el-Hilweh, il più grande campo profughi palestinese del paese, e la valle della Bekaa. A Riyaq un edificio è stato danneggiato e decine di feriti sono stati trasferiti negli ospedali della zona.
Obiettivi dichiarati e conseguenze civili
L’esercito israeliano ha affermato di aver colpito presunti centri di comando di Hezbollah e strutture connesse a gruppi armati. Le autorità militari hanno motivato gli attacchi come azioni necessarie per rimuovere minacce immediate.
Fonti locali e agenzie internazionali riportano tuttavia perdite civili e danni a infrastrutture non militari. Tra queste figura un edificio utilizzato per la distribuzione di aiuti alimentari, la cui compromissione ha aggravato la situazione umanitaria nella zona.
Il Board of Peace: impegni, cifre e limiti
Il forum voluto dall’amministrazione americana ha annunciato impegni finanziari e proposte militari per la ricostruzione e la stabilizzazione di Gaza. La prima riunione ha riportato cifre e offerte operative destinate a sostenere la fase post-conflitto.
Il presidente Donald Trump ha riferito contributi per sette miliardi di dollari provenienti da nove Paesi e una promessa di dieci miliardi da parte degli Stati Uniti. Contestualmente, cinque nazioni hanno offerto l’invio di truppe per costituire un’eventuale forza internazionale fino a 20.000 effettivi.
Le risorse annunciate risultano tuttavia inferiori rispetto alla stima necessaria per la ricostruzione completa del territorio, valutata in circa settanta miliardi di dollari. Il divario finanziario mette in luce la difficoltà di tradurre gli impegni iniziali in un piano di ricostruzione sostenibile e coordinato.
La proposta di contingenti militari evidenzia inoltre la complessità politica e logistico-operativa dell’eventuale dispiegamento. Rimangono da definire mandati, anche rispetto alla protezione dei corridoi umanitari e alla cooperazione con le autorità locali.
Il quadro delineato dal forum sottolinea la necessità di ulteriori garanzie finanziarie e di un coordinamento internazionale concreto per passare dalla fase emergenziale a quella della ricostruzione a lungo termine.
Disarmo, condizioni e resistenze
Il nodo politico centrale rimane il disarmo di Hamas, condizione esplicitamente richiesta dal primo ministro Benjamin Netanyahu prima dell’avvio della ricostruzione. Hamas ha respinto ultimatum e tempistiche che impongono la resa delle armi, sostenendo che nessun processo politico può procedere senza la fine dell’occupazione e garanzie per la popolazione. Lo stallo mette a rischio il piano complessivo e può alimentare nuove ondate di violenza, compromettendo la transizione dalla fase emergenziale a quella della ricostruzione a lungo termine.
Percezioni locali e sfiducia verso il processo
Molti palestinesi manifestano scetticismo sulla validità e l’efficacia del progetto internazionale. Dislocati e sfollati segnalano continui attacchi, l’ampliamento di zone cuscinetto e carenze di aiuti umanitari. Questi elementi alimentano la convinzione che il piano resti vago e soggetto a interpretazioni favorevoli alla potenza occupante. La diffidenza sul terreno rischia di ridurre il consenso necessario per le misure di sicurezza e per gli interventi infrastrutturali previsti.
Le dichiarazioni dei rappresentanti di Gaza chiedono l’impiego di forze di pace che fungano da buffer tra l’esercito e la popolazione e che non interferiscano nella gestione interna. Le condizioni poste da Israele e le attese della comunità internazionale restano in conflitto, lasciando aperte molte incognite sul futuro immediato della Striscia.
Richieste di Gaza
I rappresentanti della Striscia hanno ribadito la necessità di una presenza esterna con funzioni esclusivamente di separazione e protezione dei civili. Hanno sottolineato il rifiuto di qualsiasi intervento che alteri gli assetti politici interni o la sovranità locale. Sul terreno permane una diffidenza che limita il consenso alle misure proposte.
Posizione israeliana e comunità internazionale
Israele continua a porre condizioni serrate, con particolare attenzione al controllo degli armamenti e alla sicurezza dei propri confini. La comunità internazionale manifesta aspettative diverse, oscillando tra pressioni per la tutela umanitaria e richieste di garanzie per la sicurezza. Questo scarto di priorità rende difficile la definizione di un mandato operativo condiviso.
Equilibrio tra sicurezza e ricostruzione
Gli ultimi raid e le reazioni diplomatiche evidenziano la fragilità dell’equilibrio tra sicurezza e ricostruzione. Finché non si troveranno intese praticabili sul disarmo, sulla presenza internazionale e sulle garanzie per i civili, il percorso verso una pace sostenibile rimarrà carico di ostacoli. Sul piano operativo, la mancanza di accordi concreti ritarda l’avvio degli interventi infrastrutturali previsti.
Sviluppi attesi
Le prossime fasi dipenderanno dalle capacità delle parti di tradurre le proposte politiche in accordi verificabili. Rimane aperta la questione delle intese praticabili sulla presenza internazionale, elemento ritenuto cruciale per qualsiasi progressione verso la stabilizzazione della Striscia.