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Bimbo col cuore bruciato, come lo accompagnano alla morte: le ultime news

letto ospedale

Bimbo cuore bruciato: avviata la pianificazione condivisa delle cure

Per il caso del bimbo cuore bruciato, il piccolo di due anni sottoposto a un trapianto cardiaco che non ha dato l’esito sperato, si apre ora un percorso di accompagnamento clinico e umano verso la fine della vita. Non ci sono più margini terapeutici per salvargli l’esistenza.

A comunicarlo è stato l’avvocato Francesco Petruzzi, legale dei genitori del piccolo Domenico, intervenuto durante la trasmissione Diritto e Rovescio in onda su Rete 4.

Il professionista ha spiegato che la famiglia ha presentato un’istanza per la Pianificazione condivisa delle cure, richiesta accolta dall’ospedale Monaldi. Il primo accesso per avviare il percorso terapeutico è fissato per venerdì 20 febbraio.

Un passaggio doloroso, reso ancora più drammatico dal fatto che, una volta sospesa la sedazione, il bambino non si è più risvegliato.

bimbo cuore bruciato: il trapianto e i tempi della valutazione medica

Nel ricostruire la vicenda del bimbo cuore bruciato, l’avvocato ha sottolineato un elemento temporale rilevante. In dichiarazioni rilasciate all’Ansa, ha riferito di aver rilevato nella documentazione sanitaria che il primo parere del gruppo multidisciplinare risale al 6 febbraio, a 45 giorni dal trapianto del cuore che purtroppo non ha mai iniziato a funzionare correttamente.

Un dettaglio che apre interrogativi sulle fasi successive all’intervento e sulla gestione clinica del caso, anche se in questo momento la priorità della famiglia resta quella di garantire al bambino la massima dignità e l’assenza di sofferenza negli ultimi giorni di vita.

La pianificazione condivisa delle cure, prevista dalla normativa italiana sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento, consente di stabilire insieme ai medici il percorso più adeguato quando le terapie non sono più efficaci e la prognosi è infausta.

Il dolore della madre del bimbo cuore bruciato

Accanto al legale, in studio, era presente la madre del piccolo, Patrizia Mercolino, che ha espresso con parole semplici e strazianti il proprio stato d’animo.

“Oggi sto molto, molto più male del solito, però finché mio figlio respira… è lì, è ancora lì”, ha detto, lasciando emergere tutta la fatica di una madre che non intende lasciare solo il proprio bambino fino all’ultimo istante.

Ha raccontato che Domenico era un bambino vivace, pieno di energia, sempre in movimento. Il 23 dicembre lo aveva accompagnato in ospedale con la speranza di una nuova vita, convinta che quel trapianto rappresentasse la svolta decisiva. Invece, da quel momento, la loro quotidianità è stata completamente stravolta.

Anche i fratellini, di 5 e 11 anni, hanno dovuto confrontarsi con una realtà troppo grande per la loro età. Desideravano rivedere il fratellino a casa, ma – ha spiegato la madre – probabilmente hanno compreso che quel ritorno non sarà possibile.

bimbo cuore bruciato: l’appello della famiglia e il rifiuto delle donazioni

La vicenda del bimbo cuore bruciato ha suscitato una forte ondata di solidarietà in tutta Italia. Messaggi, telefonate, proposte di sostegno economico: la famiglia è stata travolta dall’affetto di persone comuni.

Patrizia Mercolino ha voluto ringraziare pubblicamente per questa vicinanza, ma ha anche chiarito di non voler accettare aiuti in denaro. Il suo appello è stato netto: chi desidera manifestare sostegno può farlo attraverso una donazione all’Aido, l’associazione italiana per la donazione di organi, tessuti e cellule.

Una scelta che ribadisce quanto il tema della donazione resti centrale, anche in una storia segnata da un esito così doloroso.

Un percorso di accompagnamento nel rispetto della dignità

Il caso del bimbo cuore bruciato riporta al centro dell’attenzione pubblica il delicato equilibrio tra medicina, etica e diritti della persona. Quando le cure non possono più guarire, l’obiettivo diventa alleviare il dolore e garantire conforto, nel rispetto della volontà della famiglia e della dignità del paziente.

La pianificazione condivisa delle cure rappresenta uno strumento fondamentale in queste situazioni estreme: permette un dialogo trasparente tra medici e genitori, evitando accanimenti terapeutici e assicurando un percorso il più possibile umano.

Per la madre, però, ogni riflessione giuridica o sanitaria resta sullo sfondo. Al centro c’è solo suo figlio, il respiro che ancora c’è e la promessa di non lasciarlo solo.

Una storia che commuove e interroga, e che ricorda quanto fragile possa essere il confine tra speranza e tragedia.