Casa 69 traccia per traccia. Recensione dell'ultimo album dei Negramaro (1°parte)

E’ uscito ieri Casa 69, attesissimo album dei Negramaro che segna il ritorno della band salentina dopo anni di silenzio. L’album è evidentemente nel segno della continuità con le sonorità de “La finestra” ma, rispetto al precedente lavoro, offre testi più maturi e sofferti. La sofferenz...

E’ uscito ieri Casa 69, attesissimo album dei Negramaro che segna il ritorno della band salentina dopo anni di silenzio. L’album è evidentemente nel segno della continuità con le sonorità de “La finestra” ma, rispetto al precedente lavoro, offre testi più maturi e sofferti. La sofferenza, il dolore, la paura di non essere accettati o capiti e la rabbia nei confronti di anni definiti “di merda” rendono il disco un concept album difficile da ascoltare.

La difficoltà non consiste di certo nelle melodie delle 16 canzoni (18 nella versione speciale) che scorrono veloci e piacevoli, quanto nei testi che di certo lasciano spazio alla riflessione (oltre a un senso di amaro in bocca). “Casa 69” non è un album da ascoltare giusto per svagare un pò o da cantare a squarciagola in macchina (anche se poi si finisce per farlo grazie agli arrangiamenti tutti molto orecchiabili).

L’amore ne esce come un sentimento che porta con se rabbia e rancore e che molto spesso diviene difficile da comprendere in pieno, quasi provenisse da un altro pianeta, La perdita di identità, la confusione e il senso di inadeguatezza la fanno da padrone quasi in ogni traccia. L’album è ricco di potenziali singoli e se è stato necessario aspettare 3 anni e far espatriare la band fino in Canada, direi che ne è valsa comunque la pena.

Ecco i brani:

1-Io non lascio traccia

Si inizia con un sussulto e il gruppo lascia subito l’impronta con le chitarre elettriche che partono dopo 10 secondi di quasi silenzio. L’insofferenza, l’inquietudine, l’ossessione, la mancanza d’aria si fondono in un ritornello da subito orecchiabile (Io non lascio traccia come pioggia sulla neve/si scioglie la mia faccia/sono invisibile/mi credi fatto di niente). Il rischio di cadere giù incombe in ogni singola nota.

2-Sing-hiozzo

Singolo di punta che strizza l’occhio alle sonorità sintetiche in bilico tra Muse e Keane. Accattivante l’idea del ritornello spezzato che fa riferimento al titolo. Al primo ascolto alcuni passaggi danno l’impressione di una discontinuità musicale. Ma il primo ascolto è ormai ben lontano e il brano ha conquistato velocemente un plebiscito di consensi. Anche qui insofferenza e stanchezza (Adesso ho le parole che vorrei poterti dire: CHE SON STANCO DA MORIRE!)

3-Se un giorno mai

L’inizio Ricorda vagamente “E ruberò per te la luna” de “La finestra”.

Non ho più niente da portarti se non tutto il mio rancore…Di tutto l’odio ne faccio una canzone ammette Giuliano. La batteria non da tregua e mantiene alta la tensione del brano oltre a sposarsi perfettamente con le parole arrabbiate della canzone.

4-Quel matto son io

Si ha la prima tregua dalle sonorità rock con una canzone tanto introspettiva quanto visionaria. Ancora una volta si canta l’insofferenza e l’inadeguatezza e già dalla strofa si ha l’impressione di vivere in una realtà immaginaria, in un paese delle meraviglie “tra fiori e conigli perfino la gente ha paura di me/Quel matto son io, che vorrebbe un cappello più grande”.

Le distorsioni della chitarra dall’effetto allucinogeno, la risata di Giuliano e il parlato controcoro fanno il resto.

5- Dopo di me
Tornano la batteria incalzante, il parlato sintetico e il falsetto di Giuliano ma il primo ritornello, lascivo e allungato, sfiora quasi la filastrocca “Non dovrei, ma se vuoi, io dovrei, non potrei”. La canzone si riprende in fretta. Anche qui “parole di odio, vestite di nero per me!”.

6-Basta così (feat.

Elisa)
Prima vera ballad del disco. Che la voce di Giuliano e quella di Elisa si sposino bene lo abbiamo già sentito. Il riferimento va inevitabilmente a “Ti vorrei sollevare” ma in questo caso il brano risparmia ritornelli eccessivamente pop per deviare verso una melodia più lenta e ricercata (violini compresi). Il brano è intenso e struggente e cresce in un climax di suoni (quelli delle voci dei due) che diventano un ulteriore strumento.

Irresistibile fin dal primo ascolto. Possibile singolo.

7- Voglio molto di più
Il brano rimane fedele alle sonorità de “La finestra” e mostra come sia evidente una continuità con il precedente album. Giuliano stavolta c’è l’ha con una donna che “viene da un altro pianeta” e dopo 4 minuti di chitarre e batteria afferma: “Io voglio molto, molto di più!”

8- Casa 69
La canzone che da il titolo all’album si inserisce esattamente a metà.

Stacca un po’ la spina dall’ intensa velocità sostenuta e “sofferente” dei brani precedenti per raccontare, ancora una volta, le sofferenze della vita (vista come un treno che passa). La canzone funge da specchio degli anni vissuti e che questi ultimi per Giuliano siano stati quantomeno poco sereni lo si evince fin da subito (La vita che passa/il tuo cuore che trema/annego in un mare di cera/sono anni di merda!).

La canzone comunque merita e si delinea fin dal primo ascolto come uno dei pezzi forti dell’intero album. Bellissimo l’arrangiamento, struggenti le parole.