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Chi siede al tavolo decide le regole: i conflitti di interesse nella riforma della medicina generale

Chi siede al tavolo decide le regole: i conflitti di interesse nella riforma della medicina generale

Nel consiglio di amministrazione dell'ente previdenziale dei medici siedono gli stessi rappresentanti sindacali che negoziano la riforma con il governo. Una sovrapposizione di ruoli che il dibattito pubblico fatica ancora ad affrontare.

Esiste una figura capace di occupare contemporaneamente tre posizioni strategiche nella partita sulla riforma della medicina generale: rappresentante sindacale dei medici, membro del consiglio di amministrazione dell’ente che ne gestisce la previdenza, e interlocutore del governo al tavolo in cui si discute il futuro professionale di quella stessa categoria.

Non è un caso isolato.

È una struttura sistemica – costruita nel tempo – che intreccia sindacato, previdenza e politica sanitaria in un nodo difficile da sciogliere, e ancora più difficile da raccontare senza cadere nella semplificazione.

La governance di ENPAM

L’Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri gestisce un patrimonio che supera i 27 miliardi di euro e garantisce le pensioni di oltre 360.000 tra medici e odontoiatri.

È una cassa privata, tecnicamente, ma con una funzione pubblica: l’iscrizione è obbligatoria per tutti i professionisti della categoria.

Il suo consiglio di amministrazione è composto da sedici membri. Nove di loro provengono dal mondo sindacale, in particolare dalla FIMMG, la Federazione italiana medici di medicina generale, che è il sindacato di categoria più rappresentativo.

Tra loro figura il segretario nazionale della FIMMG, Silvestro Scotti – lo stesso che partecipa al tavolo con il governo per negoziare la riforma della medicina generale.

Una riforma che, se approvata nella versione che prevede il passaggio alla dipendenza pubblica, ridurrebbe significativamente la base contributiva di ENPAM.

Tre ruoli, una partita

Per capire perché questa sovrapposizione è rilevante, vale la pena esplicitare i tre ruoli e i relativi interessi. Come segretario sindacale, Scotti rappresenta i medici di famiglia e ha il mandato di tutelarne le condizioni di lavoro e reddituali. La posizione storica della FIMMG sulla riforma è contraria al passaggio alla dipendenza. Come membro del CdA di ENPAM, partecipa alle decisioni sulla gestione di un patrimonio previdenziale il cui futuro dipende in parte dall’esito della stessa riforma che il suo sindacato sta negoziando. Come interlocutore del governo, ha accesso diretto ai tavoli in cui si definiscono i termini della riforma, con un peso negoziale che deriva proprio dalla sua doppia legittimazione – sindacale e previdenziale.

Non si tratta necessariamente di comportamenti illeciti. In molti sistemi corporativi europei, la rappresentanza sindacale negli organi previdenziali è la norma. Ma la trasparenza su chi rappresenta cosa, e in quale sede, è una condizione minima per un dibattito pubblico informato.

Il patrimonio come argomento negoziale

C’è un elemento ulteriore che rende questa governance rilevante nel contesto della riforma. ENPAM non è solo un ente previdenziale: negli ultimi anni ha costruito un portafoglio di investimenti diversificato – immobiliare, azionario, obbligazionario – che lo rende uno degli investitori istituzionali più significativi del paese.

Parte di questi investimenti riguarda direttamente il settore sanitario: strutture, fondi specializzati, partecipazioni in società del comparto salute. Un ente previdenziale che investe nella sanità privata ha, oggettivamente, un interesse nella configurazione del sistema sanitario che va oltre la sola tutela pensionistica dei propri iscritti. Questo non significa che gli investimenti siano impropri – la diversificazione del portafoglio è una pratica corretta di gestione previdenziale. Significa che il perimetro degli interessi in gioco nella riforma è più ampio di quanto il dibattito pubblico solitamente riconosca.

La questione della trasparenza

Il problema non è l’esistenza di interessi organizzati attorno a una riforma: è fisiologico che i soggetti coinvolti cerchino di influenzarne l’esito. Il problema è quando questi interessi non sono visibili, quando i ruoli si sovrappongono senza che il pubblico ne sia consapevole, quando le posizioni negoziali vengono presentate come difesa dell’interesse collettivo senza che emerga l’interesse specifico del soggetto che le esprime.

In altri paesi europei, i partecipanti ai tavoli di negoziazione su riforme di sistema sono tenuti a dichiarare esplicitamente i propri conflitti di interesse potenziali. In Italia, questa cultura della disclosure è ancora debole, soprattutto nei tavoli tecnici e nelle trattative sindacali.

Chi vigila su chi

Resta aperta una domanda di sistema: chi vigila sulla governance di un ente come ENPAM? Tecnicamente, la vigilanza è affidata ai Ministeri dell’Economia e della Salute. Ma i meccanismi di controllo concreto sono storicamente deboli per le casse previdenziali private, che godono di un’autonomia significativa rispetto agli enti pubblici.

Una riforma che tocca le basi contributive di questi enti senza affrontare anche la questione della loro governance rischia di essere incompleta. Non basta decidere se i medici devono essere dipendenti o convenzionati: bisogna anche decidere chi controlla i soggetti che gestiscono i loro risparmi previdenziali, e con quali regole di trasparenza lo fanno.

Fonti: dati pubblici ENPAM, Corriere della Sera – Dataroom di Milena Gabanelli, Ministero della Salute.