> > Riforma dei medici di famiglia 2026: chi paga il conto?

Riforma dei medici di famiglia 2026: chi paga il conto?

riforma dei medici di famiglia 2026 chi paga il conto

Il governo punta ad assumere più medici di base nel Servizio sanitario nazionale, ma il meccanismo scelto potrebbe produrre un effetto paradossale: più medici sulla carta e meno risorse per pagarli davvero.

La riforma della medicina generale è uno dei cantieri aperti più delicati della sanità italiana. L’obiettivo? Rafforzare la presenza dei medici di medicina generale (MMG) sul territorio, colmando una carenza che la Fondazione Gimbe stima in oltre 5.500 unità, destinate ad aumentare, considerato che tra il 2026 e il 2035 circa 20.000 medici convenzionati raggiungeranno l’età pensionabile.

Il problema, però, non è tanto il quanti ma il come (e soprattutto con quali soldi).

Il nodo previdenziale: una cassa che funziona vs. una finanza pubblica sotto pressione

Oggi i medici di medicina generale operano come liberi professionisti convenzionati con il SSN. Versano i propri contributi previdenziali all’ENPAM – l’Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri – una cassa privata con un patrimonio che supera i 27 miliardi di euro e una gestione che gli osservatori del settore giudicano solida.

Se i medici di famiglia passassero alla dipendenza pubblica, smetterebbero di versare all’ENPAM e confluirebbero nell’INPS. Per la cassa dei medici, significherebbe rinunciare a una quota rilevante delle proprie entrate contributive. Ma c’è una questione più ampia che riguarda tutti i contribuenti.

Il passaggio alla dipendenza comporta, per definizione, che il datore di lavoro -in questo caso il SSN, e quindi lo Stato- si faccia carico dei contributi previdenziali a proprio carico, delle ferie, della malattia, del TFR e di tutti gli oneri accessori che oggi non esistono nel rapporto di convenzione.

Il costo per dipendente pubblico è strutturalmente più alto di quello per un professionista convenzionato.

La domanda che i conti pubblici pongono è semplice: dove sono le risorse per coprire questo delta?

L’effetto-esodo che nessuno vuole calcolare

A rendere il quadro più complicato c’è un fattore demografico che rischia di trasformare la riforma in un boomerang. Secondo i dati della Federazione italiana medici di medicina generale (FIMMG), circa 11.000 medici di famiglia sono già oggi in età pensionabile. Molti di loro hanno scelto di continuare a lavorare proprio grazie alla flessibilità del regime convenzionato – orari gestiti autonomamente, studio privato, assenza di gerarchie ospedaliere.

Il passaggio obbligatorio alla dipendenza potrebbe spingere una parte consistente di questi professionisti ad anticipare il ritiro. Il risultato sarebbe l’opposto di quello cercato: anziché aumentare il numero di medici disponibili sul territorio, la riforma ne ridurrebbe il totale nel breve periodo, proprio mentre la domanda cresce per ragioni anagrafiche.

La Fondazione Gimbe ha già documentato come la carenza di MMG non sia un fenomeno omogeneo: colpisce in modo particolare alcune aree del Nord e del Sud, dove intere fasce di popolazione faticano già oggi a trovare un medico di base. Un’ulteriore contrazione dell’offerta in queste zone avrebbe conseguenze dirette sull’accesso alle cure primarie.

Il rischio della privatizzazione strisciante

C’è un secondo paradosso che merita attenzione. Se il numero di medici di famiglia nel pubblico diminuisce -anche solo nella fase di transizione- il cittadino che non trova un MMG ha una sola alternativa: rivolgersi al privato. Un fenomeno già in atto per la diagnostica di base, che potrebbe estendersi alla medicina generale.

Questo scenario contrasterebbe con la ratio stessa della riforma, che nasce dall’esigenza di rafforzare la sanità pubblica territoriale – non di aprire nuove quote di mercato alla sanità privata accreditata.

Cosa manca al dibattito pubblico

Il confronto sulla riforma dei medici di famiglia si è finora concentrato quasi esclusivamente sul piano contrattuale e sindacale: i medici vogliono o non vogliono diventare dipendenti? La FIMMG è contraria, altri sindacati sono più aperti. Ma questa è solo la superficie.

Le domande che mancano al dibattito sono di natura strutturale:

  • Qual è il costo aggiuntivo netto del passaggio alla dipendenza, voce per voce, per il SSN?
  • Esiste una stima dell’impatto sull’offerta di MMG nel breve periodo, considerando i pensionamenti anticipati?
  • Come si garantisce la continuità assistenziale nelle aree già oggi scoperte durante la fase di transizione?
  • Quale sarà l’effetto sulla sostenibilità delle casse previdenziali dei medici, e di riflesso sulle pensioni future dei professionisti?

Senza risposte a queste domande, la riforma rischia di essere approvata sulla base di intenzioni condivisibili senza che nessuno abbia davvero fatto i conti. E quando i conti non si fanno prima, di solito li presenta qualcun altro dopo.

Fonti: Fondazione Gimbe, dati FIMMG, relazioni annuali ENPAM pubblicamente disponibili, dati AGENAS sulla distribuzione territoriale dei medici di medicina generale.