Negli studi resi pubblici durante un importante congresso internazionale dedicato all’obesità sono emerse evidenze che il semaglutide, somministrato a dosi di 2,4 mg e 7,2 mg a cadenza settimanale, determina una riduzione ponderale consistente nelle donne con obesità in tutte le fasi riproduttive. Questi risultati provengono da un’analisi integrata che include trial clinici randomizzati e dati osservazionali real-world, e mostrano miglioramenti non solo nel peso ma anche nella composizione corporea e nei parametri legati al rischio cardiometabolico.
Oltre alla perdita di massa corporea, le pazienti sottoposte a trattamento hanno registrato una diminuzione della circonferenza vita, segnale di riduzione del grasso viscerale, e un miglioramento della qualità di vita. In aggiunta, sono stati osservati effetti favorevoli sul carico di emicrania e sui sintomi depressivi, oltre a una riduzione di eventi cardiovascolari maggiori in particolari sottogruppi.
Perdita di peso e dettagli dello studio STEP UP
L’analisi post hoc dello studio STEP UP ha valutato l’efficacia della dose più elevata, 7,2 mg, su gruppi di donne in premenopausa, perimenopausa e postmenopausa. Nelle partecipanti in premenopausa è stata osservata una perdita media di peso del 22,6% e una riduzione media della circonferenza vita del 17,5%.
Inoltre, il 41,4% delle donne in questo gruppo ha raggiunto una perdita di peso pari o superiore al 25% rispetto al placebo.
Risultati nelle fasi menopausali
Le donne in perimenopausa e in postmenopausa hanno mostrato perdite medie rispettivamente del 19,7% e del 19,8%, con diminuzioni della circonferenza vita del 15,6% e del 15,3%. Dopo le 72 settimane dello studio, quasi la metà delle partecipanti in tutti i gruppi è transitata da una categoria di obesità a quella di sovrappeso o normopeso, indicando un impatto clinicamente rilevante sulla classificazione del peso corporeo.
Protezione cardiovascolare: evidenze dallo studio SELECT
Il programma di studi include anche dati provenienti da SELECT, trial progettato per valutare la riduzione di eventi cardiovascolari maggiori, definiti come MACE (morte cardiovascolare, infarto non fatale, ictus non fatale). Nelle analisi post hoc rivolte alle donne con obesità e malattia cardiovascolare accertata, il trattamento con semaglutide ha mostrato una diminuzione del rischio di eventi cardiovascolari rispetto al placebo.
Variazioni tra perimenopausa e postmenopausa
I risultati indicano una riduzione del rischio numericamente più ampia nelle donne in perimenopausa (circa 42% in meno rispetto al placebo) rispetto a quelle in postmenopausa (circa 13% in meno), pur senza differenze statisticamente significative tra i gruppi. Questi dati suggeriscono che il beneficio cardioprotettivo di semaglutide può manifestarsi indipendentemente dalla fase menopausale, sebbene l’entità dell’effetto possa variare.
Impatto su emicrania, depressione e qualità della vita
Un ampio studio osservazionale real-world condotto negli Stati Uniti su oltre 34.000 donne in terapia ormonale sostitutiva ha rilevato che l’aggiunta di semaglutide ha ridotto il rischio di sviluppare emicrania del 42–45% e il rischio di depressione del 25%, già a partire dai sei mesi dall’inizio del trattamento. Questi effetti contribuiscono a un miglioramento complessivo della qualità di vita nelle donne in transizione menopausale.
Perché questi risultati sono rilevanti
L’aumento di grasso addominale tipico della transizione verso la menopausa è legato a un incremento del rischio cardiometabolico; pertanto, intervenire con terapie che riducono il grasso viscerale può avere ricadute importanti sulla prevenzione delle patologie cardiovascolari, oltre a migliorare sintomi frequentemente sottovalutati come emicrania e disturbi dell’umore.
I responsabili medici dell’azienda che ha presentato i dati hanno sottolineato che l’efficacia di semaglutide nelle donne non si limita alla perdita di peso, ma interessa anche le complicanze associate all’obesità e alcuni disturbi della vita quotidiana. Pur promettenti, questi risultati richiedono un’interpretazione attenta da parte dei clinici, che devono valutare benefici e rischi nel singolo caso, e una maggiore inclusione delle donne nella ricerca cardiovascolare per affinare le raccomandazioni terapeutiche.