Ogni volta che scegliamo un prodotto dal banco dell’ortofrutta biologica non acquistiamo soltanto del cibo: scegliamo un modello agricolo, economico e culturale. Dietro quel singolo frutto ci sono il lavoro di chi coltiva la terra senza impoverirla, la tutela degli ecosistemi, la salvaguardia della biodiversità e una filiera che privilegia la qualità rispetto alla quantità.
È questo il principio alla base della campagna di sensibilizzazione lanciata da NaturaSì sul concetto di “equo valore” del cibo: superare la logica del prezzo più basso per comprendere il reale valore di ciò che portiamo in tavola. Una visione che mette insieme salute, sostenibilità ambientale e responsabilità sociale.
Cibo bio, una rivoluzione iniziata quarant’anni fa
Per comprendere le radici di questa filosofia bisogna tornare ai primi anni Ottanta. Allora l’ecologismo era un tema per pochi e il biologico appariva una scelta quasi controcorrente. Eppure un gruppo di produttori, agricoltori e consumatori lungimiranti decise di percorrere una strada diversa, fondata sulla rigenerazione del suolo, sul rispetto della terra, sulla dignità del lavoro agricolo e su un’alimentazione naturale.
All’inizio l’offerta era limitata a pochi prodotti essenziali – miele, pasta, cereali integrali, mele – ma quella scommessa si è rivelata lungimirante. Il principio ispiratore è rimasto immutato: restituire valore sociale all’agricoltura e considerare la fertilità del terreno un patrimonio comune da preservare, non una risorsa da sfruttare fino all’esaurimento.
EcorNaturasì, un modello che mette l’etica al centro
Nata nel 2009 dalla fusione di due realtà storiche del settore, EcorNaturaSì rappresenta oggi il principale punto di riferimento italiano nel biologico e nel biodinamico.
L’azienda raccoglie l’eredità della bottega Ariele, fondata nel 1985, e della rete NaturaSì, nata nel 1992, entrambe ispirate ai principi dell’antroposofia di Rudolf Steiner e accomunate dall’idea che alimentazione, salute e rispetto dei cicli naturali siano strettamente connessi.
A caratterizzare il gruppo è anche il suo modello proprietario, basato sulla steward ownership: la quota di maggioranza appartiene infatti alla Libera Fondazione Antroposofica Rudolf Steiner. Una scelta che privilegia gli obiettivi sociali e culturali rispetto alla massimizzazione del profitto. Gli utili vengono reinvestiti in progetti educativi, agricoli e sociali, come la scuola biodinamica Novalis e il sostegno ad aziende agricole sperimentali, tra cui San Michele.
Oggi la rete conta oltre 350 punti vendita, circa 1.700 prodotti a marchio e più di 300 produttori partner. La collaborazione va ben oltre il semplice rapporto commerciale: agronomi e tecnici affiancano le aziende agricole nell’adozione di pratiche sostenibili, come la rotazione delle colture, favorendo la fertilità del suolo e garantendo, al tempo stesso, una remunerazione equa e stabile agli agricoltori.
Biologico non è solo un marchio
Ridurre il biologico alla semplice assenza di pesticidi è una semplificazione. Dietro quella certificazione c’è un modello di filiera che coinvolge produttori, trasformatori, distributori e consumatori, fondato su tracciabilità, controlli rigorosi e responsabilità condivisa.
Scegliere un prodotto biologico significa contribuire alla tutela delle risorse idriche, della fertilità dei terreni, della biodiversità e del benessere animale. Significa anche sostenere un modello economico che considera l’ambiente non una risorsa da consumare, ma un patrimonio da custodire.
Agricoltura, le sfide ancora aperte
Nonostante i progressi compiuti negli ultimi quarant’anni, molte delle criticità che hanno dato impulso al movimento biologico restano ancora attuali. L’inquinamento continua a minacciare gli ecosistemi, la cementificazione sottrae terreno fertile all’agricoltura e fenomeni come lo sfruttamento della manodopera e il caporalato ricordano quanto il lavoro nei campi sia ancora troppo spesso vulnerabile.
La crisi climatica ha certamente accresciuto la consapevolezza collettiva, ma la sfida va ben oltre gli effetti del cambiamento climatico: riguarda il modello di sviluppo che vogliamo costruire e il valore che attribuiamo alla tutela dell’ambiente e alla dignità del lavoro.
L’agricoltore, primo custode del territorio
L’agricoltore è il primo anello della filiera alimentare. Dalle sue scelte dipendono la qualità degli alimenti, la fertilità dei suoli, la tutela della biodiversità e la conservazione del paesaggio rurale.
Riconoscere un prezzo equo ai produttori significa sostenere chi, ogni giorno, si prende cura del territorio. Scegliere un’alimentazione sostenibile significa anche contribuire alla tutela di beni collettivi come l’acqua, il suolo e gli ecosistemi, con benefici che ricadono sull’intera comunità, anche su chi vive lontano dalle campagne.
Da nicchia a modello produttivo
Quello che quarant’anni fa appariva come un esperimento destinato a pochi appassionati si è trasformato in una realtà consolidata. Oggi NaturaSì conta oltre 350 punti vendita distribuiti sul territorio nazionale e una rete di produttori che rappresenta uno dei principali riferimenti del biologico italiano.
Parallelamente, agroecologia e agricoltura biodinamica sono entrate sempre più nel dibattito scientifico e accademico, grazie a studi che ne analizzano il contributo alla rigenerazione dei suoli, alla tutela della biodiversità e alla resilienza dei territori di fronte agli effetti del cambiamento climatico.
Bio, il prezzo e i costi nascosti del cibo
Una delle obiezioni più frequenti rivolte ai prodotti biologici riguarda il loro prezzo, spesso superiore rispetto a quello dei prodotti ottenuti con metodi intensivi.
La domanda da porsi, però, è un’altra: quanto costano davvero i prodotti apparentemente più economici?
I cosiddetti “costi nascosti” ricadono infatti sull’intera collettività e comprendono, tra gli altri:
- la bonifica delle falde acquifere contaminate;
- il degrado e l’impoverimento dei suoli;
- la perdita di biodiversità;
- i costi sanitari legati a modelli alimentari poco equilibrati.
Sono spese che non compaiono sullo scontrino, ma vengono sostenute dalla collettività. In questa prospettiva, riconoscere il giusto valore al cibo significa investire nella salute delle persone e nella tutela del patrimonio ambientale.
Spesa, una scelta di responsabilità
La transizione ecologica non riguarda soltanto agricoltori e imprese, ma coinvolge direttamente anche i consumatori. Ogni acquisto rappresenta una scelta: decidere cosa mettere nel carrello significa sostenere un determinato modello produttivo e contribuire a orientare il mercato.
In un contesto dominato dalla diffusione di alimenti ultra-processati, recuperare il rapporto con la terra attraverso scelte consapevoli assume anche un valore culturale e civico. Mangiare non significa soltanto nutrirsi, ma contribuire, giorno dopo giorno, a costruire il modello di società che lasceremo alle future generazioni.
I messaggi della campagna
La campagna di NaturaSì sintetizza questa visione attraverso due messaggi chiave.
«Fa’ che il cibo sia la tua medicina» richiama il celebre insegnamento attribuito a Ippocrate e ribadisce il legame tra la salute delle persone e quella del suolo. Solo una terra fertile e vitale può produrre alimenti realmente nutrienti. Allo stesso tempo, il messaggio invita a riflettere sul prezzo del cibo: quando un prodotto costa troppo poco, spesso significa che qualcuno, lungo la filiera, o l’ambiente stesso, ne sta pagando il costo reale.
«Il giusto prezzo del cibo per la salute dell’uomo e della terra» riassume invece il principio dell’equo valore. Il cibo non deve soltanto nutrire le persone, ma contribuire anche alla salute del terreno da cui nasce. Garantire un giusto compenso agli agricoltori significa permettere loro di continuare a coltivare nel rispetto della qualità, della biodiversità e dell’ambiente.
