La tragedia di Capodanno a Crans-Montana ha messo in luce non solo il dolore per le vittime, ma anche gravi lacune nella sicurezza dei locali e nei controlli istituzionali. Dietro quegli attimi fatali si celano responsabilità individuali e falle sistemiche che hanno reso l’incendio al Le Constellation inevitabile. Ora, a Crans-Montana, emerge un testimone chiave e potrebbero esserci guai in vista per Jessica Moretti.
Strage di Crans Montana, sicurezza carente e responsabilità
Proseguono le indagini sulla tragedia di Capodanno a Crans-Montana, dove un incendio al locale Le Constellation ha provocato 40 morti e 116 feriti. Jacques Moretti, proprietario del bar, resta in carcere per il “pericolo di fuga”, anche se si valuta una possibile scarcerazione dietro cauzione: i giudici precisano che “la fissazione delle cauzioni richiede un’istruttoria minuziosa” e nel frattempo “deve prevalere la privazione della libertà”. La moglie Jessica Maric è ai domiciliari con braccialetto elettronico, ma la sua posizione potrebbe aggravarsi: testimoni l’avrebbero sentita far entrare più persone poco prima della tragedia e poi allontanarsi con una grossa borsa.
Le indagini riguardano anche le modifiche strutturali del locale. Eric Dosdo, precedente gestore, ha raccontato a Rts che nel 2015 il seminterrato fu trasformato in disco bar senza una vera concessione edilizia. “Non so perché la coppia Moretti abbia rimpicciolito la scala”, ha detto, riferendosi all’unica via di uscita che avrebbe ostacolato la fuga.
Intanto, il Comune non si è potuto costituire parte civile, mentre le indagini proseguono anche sul piano istituzionale e in Italia per disastro colposo.
Crans Montana, spunta un testimone: guai per Jessica Moretti
A gettare nuova luce sugli eventi è il racconto di un ristoratore del paese, marito della vicesindaca Nicole Bonvin Clivaz, che in una intervista per Quarta Repubblica ha riconosciuto apertamente le carenze nel sistema di vigilanza: “Sui controlli c’è stata una mancanza, non li abbiamo fatti e ammettiamo di non averli fatti”.
L’uomo ha riferito le parole di una delle pochissime dipendenti sopravvissute all’incendio, descrivendo momenti drammatici in cui la proprietaria del locale avrebbe visto le fiamme e “scappata con la cassa”, lasciando i ragazzi intrappolati. Secondo la testimonianza, come raccontato a WBZ NewsRadio: “Ha visto il fuoco ed è scappata. Ha preso la cassa ed è partita. Ha detto: ‘Dobbiamo andare’ ed è scappata. Gli altri hanno aspettato 50 secondi in più: è arrivato il fuoco ed è finita”.
Il racconto del ristoratore mette anche in luce gravi carenze nella sicurezza del locale. Gli estintori sarebbero stati solo due e non presenti nel seminterrato, dove si trovava la maggior parte dei giovani: “Uno era collocato al piano superiore, l’altro chiuso in un ufficio”. A ciò si aggiunge il ruolo dei materiali utilizzati per l’insonorizzazione, che secondo la testimonianza avrebbero accelerato la propagazione delle fiamme: “Io ho visto la plastica e ho anche detto a lui: ‘Stai attento a quello che usi’. E lui mi ha risposto: ‘Non preoccuparti, io prendo tutte le precauzioni necessarie’”.
La vicenda solleva anche una critica più ampia al sistema di controlli locali. Il ristoratore denuncia come il numero di ispettori sia insufficiente: “Qui abbiamo quattro persone che devono verificare ristoranti, case e appartamenti. In Comune c’è gente come me e te, non sono professionisti”.
L’ammissione della vicesindaca e il racconto del testimone delineano così un quadro dove la tragedia non si limita alle responsabilità individuali, ma rischia di rappresentare il simbolo di un fallimento istituzionale più profondo.